Lassú alle malghe di Porzus iniziò la Guerra fredda

UDINE. Le celebrazioni per il settantennale dell’eccidio di Porzûs non saranno una mera formalità se saranno il momento della memoria e della consapevolezza. Il momento della memoria, per ricordare chi ha sacrificato la vita per la libertà di tutti.
E il momento della consapevolezza, per riconoscere che Porzûs non fu solo un “incidente di percorso”, ma il frutto tragico dell’intersecarsi di conflitti diversi che ha segnato tutta la storia del Novecento.
Tre sono le linee di frattura da tenere a mente. La prima è quella tra fascismo e antifascismo, che caratterizzò il conflitto mondiale tra il 1941 e il 1945.
La seconda è la frattura etnica e nazionale, che nelle sue diverse declinazioni è all’origine della grande guerra del 1914-1918 e poi della repressione, lo spostamento forzato e l'eliminazione di intere popolazioni nel corso dei decenni successivi.
E la terza è la frattura tra democrazia liberale da una parte e sistemi totalitari di stampo nazista o comunista dall’altra.
In nessuna zona d’Italia il sovrapporsi di questi tre conflitti è stato tanto lacerante come in Friuli, ed è solo all’interno di questo contesto che si comprende il significato storico dell'eccidio di Porzûs.
Cosí come tutti i partiti comunisti europei, il Partito comunista italiano aveva portato in dote alla resistenza antifascista alcune delle più agguerrite formazioni partigiane, ma anche una profonda contraddizione politica.
Da una parte, infatti, aderendo alle indicazioni date da Stalin al Comintern nel giugno del 1941, il partito perseguiva una decisa politica di unità con le altre formazioni antifasciste.
Dall’altra non aveva ripudiato il suo credo rivoluzionario, che mirava all’instaurazione di un ordine di sociale radicalmente diverso da quello liberale e all’eliminazione proprio delle forze delle quali allora si invocava la collaborazione.
Nel lungo periodo, questa politica trasformò in profondità il partito comunista stesso, che da piccolo gruppo di rivoluzionari di professione sarebbe diventato un partito di massa incardinato in solide istituzioni liberali.
Ma nel biennio 1943-1945 questa intrinseca ambiguità emerse soprattutto nel tentativo dei leader garibaldini di conquistare una posizione egemonica nel movimento partigiano pur rimanendosi all’interno delle strutture unitarie, in un crescendo di ostilità che il Pci seppe gestire abilmente senza mai arrivare allo scontro diretto con gli altri partiti del Cln.
Fu la prossimità con le formazioni partigiane slovene a far sí che, in Friuli, la storia prendesse una piega radicalmente diversa, mandando in pezzi l’equilibrio faticosamente mantenuto dal Pci nel resto del paese.
Tito, infatti, aveva rotto l’unità del fronte antifascista fin dall’inverno del 1941, scatenando contro le altre formazioni antifasciste una guerra civile che non aveva nulla da invidiare a quella contro gli occupanti nazisti.
Il mito della rivoluzione socialista esercitava un grande fascino sui comunisti italiani, in una situazione complicata dai conflitti etnici tra italiani e sloveni.
Nel 1944 gli sloveni posero le formazioni Garibaldine stanziate a Est del Tagliamento davanti alla scelta tra la solidarietà nazionale con le altre formazioni italiane e la solidarietà ideologica con i partigiani jugoslavi, costringendole a rompere quell’ambiguità che ne aveva caratterizzato l’azione fino a quel momento.
Lo svolgimento dei fatti successivi è noto. In settembre, il rappresentate del Pci in Jugoslavia, Vincenzo Bianco, ordinò il passaggio delle formazioni garibaldine sotto gli ordini degli sloveni, e si raccomandò di «fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti che si possano nascondere nelle unità partigiane italiane».
Lo spostamento oltre confine dei garibaldini avvenne in dicembre, con l’avallo della direzione nazionale del Pci.
A difendere il Friuli dalle pretese annessionistiche jugoslave e all’esportazione in Friuli di quello che sarebbe stato il regime comunista jugoslavo rimasero solo le formazioni Osoppo.
Gli sloveni iniziarono una martellante campagna propagandistica, accusando gli osovani di connivenza con il nemico e di inesistenti accordi con i fascisti. Infine fecero pressione sui compagni italiani perché liquidassero quella che un documento garibaldino definí «la perniciosa questione» dell’Osoppo.
I vertici della divisione Garibaldi Natisone cercarono di temporeggiare, mentre il partito comunista era diviso, con la federazione di Udine che spingeva per una soluzione violenta e il centro nazionale che chiedeva di trovare un accordo.
Alla fine un commando dei Gap del Pci raggiunse le malghe di Porzûs e risolse la questione nel modo piú semplice possibile: trucidando il comando osovano e, nei giorni successivi, gli altri partigiani che lì erano acquartierati. Da questo punto di vista, l’eccidio non fu solo un esecrabile incidente.
Fu il risultato logico e inevitabile di una precisa opzione ideologica del movimento comunista internazionale, che utilizzava la violenza come strumento per l’eliminazione del nemico sulla via della presa del potere.
Una opzione che il Pci aveva rifiutato a livello nazionale, ma che era parte profonda della sua storia, e che i dirigenti comunisti sul confine orientale avevano finito per accettare.
Lo sapeva bene il commissario politico della divisione Garibaldi Natisone, Vanni Padoan, che nel 2001 si assunse la responsabilità morale dell’eccidio chiedendo perdono ai reduci dell’Osoppo.
La storia della resistenza, come ha ricordato l’allora presidente Napolitano nel 2012, rendendo omaggio proprio alle vittime di Porzûs, è una storia di luci e ombre.
Essa è, però, anche la storia dell’intrecciarsi di conflitti ideologici e nazionali, dove gli alleati in una battaglia sono i nemici mortali nell’altra, e dove gli attori in campo si rimescolano continuamente.
È la tragedia del Novecento, che a settant’anni di distanza possiamo finalmente guardare in faccia in tutta la sua complessità.
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