Buvoli: «L’ordine di uccidere venne dal IX Korpus sloveno»
UDINE. Il 7 febbraio 1945 un centinaio di gappisti, comandati da Mario Toffanin “Giacca”, dei battaglioni Gap “Ardito”, “Amor”, “Giotto”, del distaccamento “La Tremenda” e della Brigata “Diavoli rossi” salí alle malghe di Topli Uorch - meglio conosciute con il nome di Porzûs - in cui era stanziato il comando della prima Brigata Osoppo. Diciassette furono le vittime.
Uccisero subito il comandante Francesco De Gregori “Bolla”, il delegato politico Gastone Valente “Enea” ed Elda Turchetti - che si trovava a Porzûs per alcuni accertamenti, dopo essersi consegnata agli Osovani perché segnalata da Radio Londra quale spia collaborazionista dei nazifascisti.
Giovanni Comin “Gruaro” - un ragazzo che si era rifugiato alle malghe dopo essere scampato alla deportazione - venne ucciso nel tentativo di fuga, mentre il comandante Aldo Bricco “Centina”, giunto al comando per sostituire “Bolla”, riuscí a salvarsi miracolosamente.
Gli osovani rimasti furono condotti al Bosco Romagno, nelle zone di Spessa e di Restocina, e fucilati dopo un processo sommario tra il 9 e il 18 febbraio. Sopravvissero solo Leo Patussi “Tin” e Gaetano Valente “Cassino” probabilmente perché accettarono di arruolarsi nei Gap.
Si tratta di una delle vicende piú drammatiche e controverse della Resistenza italiana, tra le piú discusse anche a livello nazionale e di cui, credo, non si riuscirà mai ad avere una ricostruzione univoca perché mancano proprio quei documenti che possono fornire con esattezza elementi chiarificatori sui mandanti e sulle motivazioni dell’azione gappista.
Oltre a questo già grave inconveniente, pesano notevolmente, soprattutto sull’opinione pubblica, quelle strumentalizzazioni politiche orientate alla denigrazione della Resistenza, in particolare garibaldina, che si sono manifestate fin dai primi mesi del Dopoguerra e sono culminate nei processi ai partigiani implicati nell’eccidio.
L’unica possibilità che rimane è quella di un’analisi delle carte disponibili e raccolte nei vari archivi di storia contemporanea o di associazioni partigiane da cui, però, possono scaturire solo ipotetiche ricostruzioni sulla base di una contestualizzazione piú ampia.
Parte di queste carte sono custodite all’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione nei fondi archivistici: Resistenza italiana al confine orientale (documenti in copia dall’Istituto di Storia Contemporanea di Lubiana); Slovenia (Documenti in copia dall’archivio della repubblica di Slovenia) che conserva i documenti che Bolla aveva con sé a Porzûs consegnati da “Giacca” al comando sloveno e le carte della Divisione Garibaldi Natisone del periodo in cui operava alle dipendenze operative del comando sloveno; Divisioni Garibaldi in Friuli; copia degli atti dei processi di Porzûs (Lucca 1951-52).
L’opinione del professor Alberto Buvoli, presidente dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, può presentare uno dei punti di vista relativi all’eccidio.
Da dove partire per cercare di comprendere un episodio complesso come quello di Porzûs?
Occorre avere chiaro il contesto storico-geografico nel quale si sono svolti i fatti, quello, cioè, del confine orientale.
Questa drammatica vicenda ha potuto aver luogo solo nella problematica riguardante la politica annessionistica delle organizzazioni politiche militari slovene, che avevano come obiettivo la realizzazione di una grande Slovenia che comprendesse tutte le popolazioni slavofone e quelle italiane che fossero allo sbocco di questi territori.
Gli obiettivi principali erano senza dubbio Trieste e Gorizia, ma anche le zone che andavano da Cormòns a Cividale e da Tarcento a Gemona, come testimonia un telegramma inviato da Dimitrov alle formazioni partigiane slovene e italiane operanti sul confine.
Quali erano i rapporti tra Garibaldini e Osovani prima di Porzûs?
Pur in un alternarsi di momenti di differenziazione e di collaborazione anche stretta, i rapporti, a lato pratico, della lotta contro le forze occupanti e i collaborazionisti furono in larga misura intensi, positivi, tanto da permettere la costituzione di formazioni unitarie (Divisioni Garibaldi-Osoppo dell’Est e Ippolito Nievo A), numerosi comandi di coordinamento e la realizzazione di due importanti zone libere, quali quelle del Friuli Orientale e della Carnia e dell’Alto Friuli.
Quali sono stati, invece, i rapporti tra Resistenza italiana e slovena?
La Resistenza slovena, che operava al confine orientale italiano, ebbe come unico referente il Partito comunista che, comunque, inizialmente ritenne ragionevole rinviare le problematiche dei confini al termine del conflitto, sostenendo il principio di autodeterminazione dei popoli. Una posizione, però, non accettata dagli sloveni, come dimostra, a esempio, una lettera del 26 ottobre 1943 in cui Giacinto Calligaris “Enrico” comunica la richiesta insistente da parte slovena di trasferire i partigiani italiani, che si trovavano nella zona tra Cividale e Tarcento, oltre il Tagliamento.
Infine, tralasciando per motivi di spazio tutta una serie di vicende, a fare chiarezza anche sulla presenza degli Osovani a Porzûs intervenne la direttiva del 9 settembre 1944 di Kardelj, braccio destro di Tito, che obbligava tutte le formazioni partigiane italiane operanti nella zona alla dipendenza dal IX Korpus e di fare repulisti dei falsi partigiani che mantenevano lo «spirito imperialistico italiano». Questa direttiva è stata probabilmente la condanna a morte del Comando della Osoppo.
La sua interpretazione sembrerebbe identificare negli sloveni i mandanti dell’eccidio.
Le fonti che ho consultato e i documenti a disposizione mi portano a concludere che l’ordine di eliminare la presenza osovana a Porzûs provenisse dal IX Korpus alla Federazione del Pci di Udine da cui dipendevano direttamente i Gap, Federazione che fu parimenti responsabile dell’eccidio. Come si svolsero i fatti, poi, è cosa oramai nota.
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