Estate 2001, lo storico abbraccio pacificatore tra don Bello e Vanni Padoan

UDINE. Ci vollero anni di confronto, di dibattito, di discussione prima di quello storico abbraccio nell’estate del 2001, alla malghe di Porzûs, che sancí la pace tra i partigiani Vanni Padoan, comandante garibaldino e don Redento Bello, cappellano della Osoppo scampato per miracolo alla strage del 7 febbraio 1945.

«E quegli incontri - rivelò poi Federico Vincenti, presidente dell’Anpi di Udine all’indomani della scomparsa del prete partigiano - si svolsero a Udine, qui nella nostra sede.

Don Redento veniva a trovarci spesso. Lui e Vanni parlavano in continuazione per poter concordare la riconciliazione tra Apo e Anpi. Fu un processo lungo, si incontrarono molte volte. Io personalmente sono sempre stato favorevole alla pacificazione, quando ho partecipato alle cerimonie dell’Apo ho parlato e ho ricevuto anche degli applausi».

«Don Bello era una cara persona - aggiunse commosso Vincenti -, un uomo di pace. Era un sacerdote patriota, un cristiano vero, non portava rancore, era aperto ad ascoltare le posizioni di chi aveva di fronte. Anche lui era d’accordo nel sottolineare che la Resistenza friulana non poteva essere confinata solo a Porzûs. Quella fu una macchia terribile e dolorosa, che abbiamo sempre condannato. Del resto l’Anpi onora ogni anno i partigiani osovani caduti, come al cimitero o alle carceri di Udine».

Quell’abbraccio tra don Bello e Padoan fu letto come il principio della riconciliazione storica. Un atto che, come ebbe a sottolineare il presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, deve indurre a proseguire nell’approfondimento storico dei fatti accaduti durante la Resistenza a partire proprio dall’eccidio di Porzûs.

Approfondimento e conoscenza di avvenimenti importanti che, per moltissimo tempo, sono passati sotto silenzio. Sui vecchi libri di storia non vi era traccia, se non in maniera superficiale. Ora che siamo riusciti a far parlare con equilibrio di questi avvenimenti di cui i nostri confini furono teatro, dobbiamo contribuire a mantenere viva la memoria anche per le generazioni future».

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