«Con il mio film questa pagina nera entrò nei libri di storia»

Parla il regista Renzo Martinelli, autore di una pellicola che ha fatto storia

UDINE. Non c’è arte maieutica pari al cinema, dice il regista Renzo Martinelli. Non esiste strumento di comunicazione piú dirompente, mezzo comunicativo di pregnanza maggiore. Ed ecco, allora, che per raccontare la buia pagina di Porzûs quella del film è stata «scelta naturale», per non dire obbligata.

L’autore di una pellicola che ha fatto storia, non foss’altro per il clamore che ne ha accompagnato genesi, produzione e diffusione, rivendica - pur implicitamente - l’intelligenza dell’operazione e fa notare che, se putiferio è stato («innegabile!»), i risultati dell’esperienza danno ragione all’intuizione e la gratificano.

«Perché - motiva - l’approccio allo scomodo, pesantissimo fardello della tragedia alle malghe è cambiato, grazie al mio lavoro». Cambiato in una misura che l’autore non si sarebbe mai immaginato, «e che comprova - scandisce, con l’orgoglio di chi vive nel culto della cinematografia, Martinelli - ciò che affermavo un attimo fa: il cinema detiene un potere “sociale” straordinario. E' piú forte della stessa letteratura, è infinitamente piú... energico di un documentario. Per questo non mi ha nemmeno sfiorato l’idea di raccontare i fatti di Porzûs con un lavoro di natura documentaristica, appunto. Il risultato non sarebbe stato nemmeno lontanamente paragonabile».

Sono passati settant’anni dall’eccidio e diciotto dall’uscita del film. Meno di due decenni, dunque, eppure fra allora e oggi si nota - nella percezione di quello che viene definito, unanimemente, l’episodio piú nero della Resistenza italiana -, «un abisso».

«Adesso Porzûs c’è, nei libri di storia. Prima del ’97 no», sintetizza Renzo Martinelli.

«Mi accostai all’argomento per ragioni di studio: la mia laurea è stata in Scienze politiche, indirizzo storico. Mi imbattei in una frase laconica e sibillina: recitava... “Non ho piú dimenticato la strage di Porzûs”. Punto. Nessun’altra indicazione, niente che gettasse luce su quell’asserto. Mi recai cosí all'archivio storico di Udine, per indagare, e mi indirizzai poi verso quello del tribunale di Lucca, città in cui il processo fu trasferito per legittima suspicione. E in tale sede, finalmente, trovai quello che cercavo... anzi, molto di piú. Scoprii una documentazione enorme, che mi consentí, gradualmente, di ricostruire il quadro. Vi erano pure le lettere inviate da Francesco De Gregori - dalle colline sopra Faedis - al Cln: «Gli slavi stanno occupando il Friuli, attenzione!”, scriveva. E questa sua attività fortemente antislava innescò il meccanismo della vendetta».

Sulla base della mole di informazioni raccolte il regista cominciò, assieme a Furio Scarpelli, a comporre la sceneggiatura. Pensava che il grosso del lavoro fosse alle spalle, ormai, ma la realtà era ben diversa.

«Chi avrebbe pensato che a cinquant’anni di distanza la ferita di Porzûs facesse ancora cosí male, in terra friulana? E invece... invece era ancora viva. Peggio: lacerante. Affrontai - racconta Martinelli - difficoltà enormi per concretare il mio progetto. Tutti i Comuni cui avanzai richiesta per girare mi sbatterono le porte in faccia: gli amministratori leggevano il copione e alzavano barriere. L’ostilità fu totale, sia da parte delle istituzioni sia della gente. Pochissimi, cosí, sono gli scorci della terra che fece da teatro al dramma: tutte le scene di montagna le abbiamo realizzate in Abruzzo. Ricevetti attacchi ferocissimi, da destra come da sinistra. Del resto non c’è da stupirsi: dire, in un Paese fondato sul patto resistenziale, che un manipolo di partigiani comunisti aveva massacrato 22 partigiani cattolici...». Improponibile.

«Ma ritengo di aver fatto bene a insistere. Dopo l’uscita del film si cominciò a parlare con maggiore trasparenza del 7 febbraio 1945: oggi, ripeto, il terribile episodio compare, finalmente, nei manuali storici. La presenza alle malghe del presidente Giorgio Napolitano, nel 2012, è stata il “sigillo” di un mutamento, di un cambio di direzione. Sono lieto di aver contribuito a tirare fuori una verità rimossa».

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