Ritorno a Porzûs settant’anni dopo

UDINE. La strada si inerpica tra una vegetazione che d’inverno non è verde e gli arbusti e gli alberi si protendono verso l’alto come un tappeto che riflette il grigiore di un cielo carico di mistero; ogni tanto compare improvvisa una casetta come una macchia solitamente bianca sul pianoro che prelude a un imprevedibile dirupo; la salita si fa sempre piú erta, l’asfalto segue le curve riparate da tratti di guardrail e si inoltra in un mare di nebbia che tuttavia non nasconde l’antenna tv né la segnaletica per chi intende raggiungere le malghe.
Eccole qua, le malghe. Sono trascorsi settant’anni. Le pagine del calendario si girano sempre troppo in fretta; le vittime oggi sarebbero anziani nonni, i sopravvissuti hanno fermato con la memoria la stagione della loro giovinezza. Ma le nuove generazioni, frastornate dall’accavallarsi di eventi che scuotono il mondo disegnando ogni giorno nuove realtà, cosa sanno della tragedia di Porzûs? Quale segno ha lasciato il sangue dei 17 partigiani della Osoppo ammazzati da una banda di criminali della Garibaldi?
È difficile interpretare gli eventi che fanno la storia, tuttavia il tempo consente di trarre un giudizio dal passato che ha disegnato il presente.
Nell’ampio spazio tra i paesi intorno alle due baite dove avvenne l’eccidio ci sono i pochi segni di una naturale evoluzione: la strada asfaltata, poche case, qualche locanda che ammicca all’improbabile turista. Settant’anni fa tutto era avvolto dal grande silenzio che una feroce incursione interruppe con mitra e pistole poco piú di due mesi prima che l’Italia fosse liberata.
È in quel momento che qui si scrisse una pagina della Storia che testimonia l’inutilità delle guerre, tutte destinate a produrre dolore anche nei vincitori. Qui non ci furono né vincitori né vinti, eppure aleggia nell’infinito una grande macchia che l’occhio non vede, ma pesa sul cuore.
Verso la metà di gennaio del ’45, dovendo limitare l’attività degli Osovani nella zona tra Canebola e Faedis a causa delle nevicate e del freddo pungente, fu deciso di concedere una licenza agli uomini non indispensabili al funzionamento ridotto del reparto.
La forzata pausa operativa indusse il delegato politico Alfredo Berzanti (Paolo), Eusebio Palumbo (Olmo) che era il vice del comandante del nucleo Francesco De Gregori (Bolla), e il cappellano don Redento Bello (Candido) a scendere a Udine per riorganizzare i reparti lungo la fascia collinare in attesa dell’insurrezione popolare di primavera.
Il problema maggiore da affrontare con il Comitato nazionale di liberazione era tuttavia il rapporto che si era instaurato tra i Fazzoletti verdi e i Fazzoletti rossi: esisteva un contrasto di fondo sugli obiettivi che le forze partigiane operanti lungo la fascia di confine dovevano perseguire.
I Garibaldini, in gran parte di fede comunista, erano solidali con i reparti jugoslavi che miravano a conquistare il territorio da Trieste al Tagliamento; gli Osovani si opponevano, rivendicando l’italianità di quelle terre e respingendo le proposte per il passaggio della brigata sotto il comando del IX Korpus.
Bolla e Paolo inviarono ripetutamente rapporti ai Comitati di liberazione per tenerli informati del pericoloso evolversi della situazione; il 18 gennaio si tenne una riunione dei responsabili della Osoppo per decidere i passi da intraprendere per quella che ormai era considerata “la questione slovena”; fu deciso di procedere per vie diplomatiche interessando il Governo italiano e il Comando supremo alleato, ma Bolla e Paolo non ricevettero disposizioni.
Il problema non sfuggí però all’attenzione del maggiore Mac Pherson, che inviò ai suoi superiori inglesi una relazione nella quale affermava: «Truppe slovene agli ordini del maresciallo Tito si stanno preparando per l’invasione del Friuli al momento del crollo; sono già stati predisposti i piani dettagliati dell’operazione. In conseguenza, l’Alto Comando alleato in Italia ha disposto che truppe aviotrasportate atterrino sulla pianura friulana e prendano posizione sulla linea dell’Isonzo.
I reparti della Osoppo dovranno collaborare attivamente con le truppe alleate». Le preoccupazioni di Mac Pherson rimasero lettera morta e anzi, i suoi superiori gli trasmisero l’ordine di non impicciarsi della questione italo-slovena perché si stavano prendendo «accordi ad alto livello».
Le tensioni e i timori si riflettevano ovviamente su tutti gli osovani che, dislocati nella zona di Porzûs, avevano spesso contatti con i garibaldini; Guido Pasolini (Ermes) inviò al fratello Pier Paolo, che viveva a Casarsa con la madre, una lunga lettera, nella quale lo sollecitava a scrivere per Il Tricolore, giornale a sostegno dell’italianità, e aggiungeva: «In un incontro con Bolla, il famigerato commissario politico garibaldino Giovanni Padoan (Vanni) ha detto che per ordine del maresciallo Tito la prima brigata Osoppo deve sgomberare la zona, a meno che non acconsenta di entrare nelle formazioni slovene. Siamo arrivati dunque al vertice della parabola! Come andrà a finire? Udine è a 12-16 chilometri di distanza».
L’intransigenza osovana non lasciò indifferenti i vertici comunisti e in una lettera indirizzata a Mario Lizzero (Andrea), commissario politico della Garibaldi, Vincenzo Bianco (Vittorio) personaggio di primo piano del Pci, indicò la linea da osservare.
«Tenuto conto della situazione attuale e dei rapporti di forza tra noi e i fratelli sloveni non dobbiamo temere se qualche zona discussa venisse occupata dall’Esercito di liberazione jugoslavo. Domani, quando nel nostro paese riusciremo a cambiare la situazione, questi problemi verranno risolti in modo completamente soddisfacente per ambedue i popoli».
Affinché non ci fossero dubbi, Bianco indicò gli oppositori al progetto e il comportamento da tenere nei loro confronti. «Bisogna fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti che si possono nascondere nelle unità partigiane italiane. Non verrà permessa l’esistenza in questo territorio di nessuna unità nella quale la parola democrazia non sia che una maschera per nascondere lo spirito imperialista e fascista italiano».
Questa lettera era “riservata” a Lizzero, il quale in piú occasioni aveva cercato di rinviare il passaggio della brigata Osoppo al IX Korpus, consapevole che avrebbe comportato grossi problemi tattici e politici; i rapporti tra le due forze partigiane operanti nella fascia confinaria si facevano sempre piú tesi; in concreto, li univa la lotta comune al nazi-fascismo, ma in quel momento in Friuli li separava la prospettiva futura: i garibaldini guardavano alla “madre Russia”, gli osovani alle democrazie occidentali. È questa la ragione di fondo che originò la tragedia di Porzûs.
Era inverno inoltrato, la neve copriva tutta la fascia montana nella quale si trovava anche un villaggio con una settantina di persone; il Comando osovano era sistemato in due squallide baite su uno spiazzo sottostante la strada poco lontana; con Francesco De Gregori, che stava per assumere l’incarico di Capo di stato maggiore di tutta la Osoppo, c’erano Aldo Bricco (Centina) che l’avrebbe sostituito, e Gastone Valente (Enea) delegato politico; nelle due baite c’erano complessivamente 16 osovani e una giovane donna arrestata dai garibaldini che la consegnarono agli osovani affinché la processassero per spionaggio.
Nel pomeriggio del 7 febbraio un centinaio di uomini guidati da Mario Toffanin (Giacca) giunsero in prossimità delle baite. Il crepitio degli spari fu il contrappunto all’esecuzione di 17 osovani avvenuta a Porzûs e nel Bosco Romagno: la piú brutta pagina della Resistenza italiana scritta da partigiani con il sangue di altri partigiani.
Una serie di inchieste giudiziarie cercò di stabilire le responsabilità di una tragedia destinata a lasciare un segno indelebile nel tempo. Negli anni successivi furono celebrati processi che accertarono una serie di comportamenti delittuosi da parte di coloro che in vari modi parteciparono alla tragica vicenda che per decenni ha suscitato polemiche infuocate tra osovani e garibaldini; furono comminate molte condanne, poiché i giudici riuscirono a stabilire il coinvolgimento del Partito comunista italiano nel passaggio della Divisione Osoppo al IX Korpus per favorire le mire espansionistiche jugoslave che originarono l’eccidio.
È rimasta senza risposta una domanda politicamente molto importante: la condotta dei comunisti può essere configurata come reato di tradimento? La Corte d’assise d’appello di Firenze ritenne di no, perché le azioni commesse non erano idonee a produrre l’evento; di parere diverso fu invece la Corte di cassazione che, dopo avere approfondito la differenza tra «reato di evento di pericolo e reato di condotta pericolosa», dispose la celebrazione di un nuovo processo, dandone incarico alla Corte d’assise d’appello di Perugia, che fissò l’inizio della discussione nel 1959. Il processo non fu mai celebrato perché nel frattempo intervenne un decreto di amnistia per i reati politici.
Questo fu l’epilogo giudiziario della strage di Porzûs. A distanza di settant’anni non tutti i risvolti sono stati approfonditi con la serenità necessaria, senza condizionamenti ideologici. Forse non è mai troppo tardi per chiedersi se fosse stato possibile evitare quell’orrendo massacro; nulla è cambiato da allora in questo angolo dimenticato della terra friulana: un bosco infinito, un’unica strada, qualche casolare e un cartello di latta su un tronco indica un confine che non c’è piú. Di nuovo c’è soltanto il ricordo di una tragedia, inutile come tutte le guerre.
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