Dietro quei fatti lo scollamento tra servizi britannici e sabaudi
UDINE. Già autrice di un approfondito studio sui fatti di Porzûs, la storica Alessandra Kersevan ritorna sull’argomento con un libro che uscirà a metà febbraio per i tipi della KappaVu. Intitolato semplicemente “Porzûs” (con un sottotitolo non ancora deciso), ricostruisce in circa 500 pagine una delle vicende piú dolorose e complesse della Guerra di Liberazione sul confine orientale, avvalendosi anche di materiale inedito proveniente soprattutto da archivi dei servizi segreti del Regno d’Italia e degli Alleati.
Prima di tutto: perché ritornare su Porzûs?
A inizio anni '90 la pacificazione era un dato già acquisito, per le popolazioni locali. Si commemorava anche il 7 febbraio, ma con toni diversi. In seguito, con i grandi cambiamenti intervenuti nell’assetto europeo, quei fatti sono stati ripresentati con molta enfasi.
Molta gente però non ne era a conoscenza.
Il partito comunista ha scelto di non parlarne, anche quando avrebbe potuto accampare elementi a proprio favore. Probabilmente per non rischiare di riprendere polemiche che avrebbero rallentato e complicato il confronto con le altre forze dell’arco costituzionale. Il prezzo è stato che una consistente parte del movimento resistenziale è stata lasciata condannare ed emerginare.
Però i morti ci sono stati.
Sí, ma in un quadro diverso da quello generalmente conosciouto e le ricostruzioni non raccontano com'è andata la vicenda e soprattutto che cosa c’è dietro. La tragedia di Porzûs avviene in una situazione di grande difficoltà nei rapporti tra le due formazioni che operavano all’interno della Resistenza friulana. L’operato di una delle due parti è stata analizzato nei minimi dettagli, anche travisando. L’altra è stata aureolata e mitizzata. A settant’anni di distanza credo sia doveroso, per chi fa storia, non ripetere la vulgata, ma esaminare i dati probanti.
I quali sono, nella fattispecie?
Ho attinto agli archivi dei servizi segreti italiani, intendo quelli del Sud, nonché a documentazioni alleate, specie britanniche, e a fonti slovene. La prima considerazione è che le rivendicazioni territoriali jugoslave non arrivavano fino al Tagliamento, ma si limitavano ai territori etnici sloveni piú i centri di fondovalle. Da parte italiana, invece, si puntava a mantenere la frontiera creata dal trattato di Rapallo: anche il Cln di Trieste lo aveva detto espressamente. Il limes, chiaramente, non era solo statuale, ma anche politico. E c’era una “paura di classe”, per chiamarla cosí, sulla cui base l’Osoppo, soprattutto a partire dall’autunno'44, intavolò contatti e trattative con i repubblichini e i nazisti.
Cose comprovate?
Le confermarono Junio Valerio Borghese, al processo di Lucca, e anche alcuni dei partecipanti, come Candido Grassi “Verdi”, e Cino Boccazzi. Ricordo che i contatti con il nemico, per qualsiasi ragione, erano espressamente proibiti dal Clnai, e che configuravano il reato di tradimento. Nei documenti ci sono nomi di importanti capi osovani che vennero trascurati, nel procedimento giudiziario, e che riaffioreranno poi con Gladio e Stay behind.
Cos’è che fa deflagrare il caso Porzûs?
Nel libro propongo una tesi ardita: che a un certo momento ci sia un forte scollamento, tra i servizi britannici, decisi a tenersi buono Tito per ottenere un corridoio per le loro truppe fino a Vienna, e il Sim sabaudo, che lavora con l’obiettivo di salvare i confini di Rapallo. La vicenda di Porzûs si inserisce in questo quadro.
Sia chiaro che non pretendo di avere la verità assoluta e completa: mi limito a mettere sul tavolo gli elementi raccolti, e a segnalare come alcune delle acquisizioni date per certe manchino di prove. Sarebbe bene che chi sostiene tesi diverse provasse a fare lo stesso, invece di ripetere sempre una versione semplificata e addomesticata ad uso politico
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