Paola Del Din: difendo il sacrificio di quegli eroi

“Renata”, 91 anni, è la partigiana paracadutista della missione Bigelow. Ha guidato per lunghi anni l’Apo e con Taviani i Volontari della libertà

UDINE. «Non sei una ragazza, sei un diavolo!». Con queste parole fu accolta dalla madre, che da mesi non aveva sue notizie, quando tornò in Friuli, paracadutata da un aereo inglese, a conclusione della “missione speciale Bigelow” compiuta per conto degli Alleati tra l’autunno 1944 e la primavera 1945.

Nel settantesimo anniversario dell’eccidio di Porzûs, pagina nera, ma purtroppo centrale della Resistenza in Friuli, Paola Del Din è ancora in primo piano, con interventi a convegni, dichiarazioni, lettere ai giornali.

Dopo la recente scomparsa di Clelia De Gregori, l’ultracentenaria vedova di Bolla, è sicuramente la piú anziana tra i protagonisti superstiti di quei lontani giorni e custodisce memoria del sacrificio di quegli eroi.

Figlia del popolare generale degli alpini Prospero Del Din, (1892-1974), sorella della medaglia d’oro Renato Del Din, eroicamente caduto il 25 aprile 1944 durante l’assalto a un presidio nazifascista a Tolmezzo, medaglia d’oro lei stessa per la sua coraggiosa missione, la signora Paola è un personaggio tra i piú rappresentativi della lotta di liberazione.

E non solo in Friuli. Per il triennio 1989-1992 alla guida dell’Associazione Osoppo e negli anni successivi anche delle Famiglie dei caduti, è stata quindi presidente nazionale dei Volontari della libertà, sodalizio che ha sede a Voghera ed ebbe tra i suoi leaders il senatore Taviani.

Novantunenne con grinta, Paola Del Din è nata a Pieve di Cadore nel 1923. È arrivata a Udine nel 1933, ha studiato allo Stellini assieme al fratello Renato, di un anno piú anziano. Si è laureata in glottologia, a Padova, pochi mesi dopo la fine della guerra.

Possiamo dire che ha vissuto gli ultimi settant’anni attraversando situazioni diverse, ma tutte di grande impegno: studentessa-partigiana, appunto, poi insegnante, sposa e madre di quattro figli, infine leader degli ex combattenti.

Ha affrontato, giovanissima i rischi della lotta partigiana per seguire l’esempio del fratello (adottando il nome di battaglia di “Renata”, con evidente riferimento a quello del caduto) e per ottenere la liberazione del padre: catturato durante la guerra in Albania, l’ufficiale era stato deportato in India dagli inglesi.

Dopo l’8 settembre ’43, per Paola studio e lotta partigiana si sono alternati tra il Friuli e Padova, dove si recava per gli esami: faceva la staffetta in bici, portava messaggi e armi. Nel luglio ’44 fu contattata dagli uomini del maggiore Manfred: «Abbiamo bisogno di portare delle carte al Sud».

Cominciò cosí per la ventunenne Paola - “Renata” – la duplice missione di andata e ritorno oltre le linee nemiche. Prima meta Firenze, dove arrivò approfittando di automezzi tedeschi (camion, un traghetto sul Po, persino un’ambulanza).

Distribuendo qualche pacchetto di sigarette, frutta fresca e sorrisi, questa biondina alta e slanciata, i cappelli intrecciati sulla testa, riuscí a raggiungere il comando avanzato Special Forces e il suo referente, il maggiore Blond, consegnando i documenti top secret che portava con sé (piú tardi si seppe che, tra l’altro, riguardavano un eventuale sbarco sulla costa, nel golfo di Trieste, per aprire la strada agli Alleati verso Vienna e Praga...).

Dopo un corso di paracadutismo a Brindisi, arrivò il momento del ritorno: il volo notturno dalla Toscana al Friuli, assieme al friulano Gianandrea Gloppero e al radiotelegrafista toscano Dumas Poli. Dopo vari tentativi andati a vuoto (un quadrimotore prese fuoco) finalmente il 9 aprile 1945 i tre furono paracadutati nella zona di Lauzzana (Colloredo di Monte Albano).

Renata, toccando terra in piedi, si prese un’ “insaccata” alla spina dorsale che la costrinse per alcuni giorni a letto. L’operazione si concluse con la consegna dei documenti di risposta alla missione inglese in Friuli (e nel 1959, a Padova, Paola Del Din riceverà dal capo di Sato maggiore generale Aloja, la medaglia d’oro al valor militare).

La Liberazione era molto vicina. Paola-Renata, che aveva già riabbracciato il padre nel Meridione, poté rivedere anche la madre. Apprese cosí che la povera donna era stata arrestata dai tedeschi, senza apparente ragione, e aveva trascorso 42 giorni in via Spalato.

Paola Del Din si è dedicata quindi all’insegnamento (lettere) alle medie e negli istituti professionali. E alla famiglia. Sposatasi nel 1955 con l’oncologo professor Pietro Carnielli («conosciuto in sala operatoria, mentre facevo un corso di crocerossina»), ha avuto quattro figli, tre femmine e un maschio («tutti laureati e... nessuno medico!»).

Paola ha quattro nipoti, il piú grande di 29 anni, la piú piccola di 8. Col marito - che è stato per 22 anni primario del reparto di oncologia dell’ospedale di Udine da lui istituito nel 1958 - ha abitato fino al 2005, quando il professor Carnielli è mancato, a quasi 93 anni, nella bella palazzina di via Girardini.

Casa che è rimasta il punto di riferimento di tutta la famiglia, oltre che residenza della signora, che è ancora in grado di provvedere a se stessa (nonostante una recente caduta la costringa a camminare col bastone). Comunque guida ancora: le hanno rinnovato da poco la patente.

Negli anni ’80 Paola Del Din ha cominciato a dedicarsi agli ex combattenti, con le già citate presidenze. Adesso, passati i 90 anni, ha un po’ rallentato con gli impegni, ma si tiene aggiornata e quando occorre, interviene: con scritti, discorsi (la chiamano ancora a parlare nelle scuole) o con la sua semplice presenza alle cerimonie.

È sempre rimasta in contatto con le vedove di “Enea” Valente, Laura Angeli, e di “Bolla” De Gregori, Clelia Clocchiatti, quest’ultima mancata un mese fa. Doverosamente, il 22 maggio scorso Paola-Renata Del Din ha ricevuto, dal sindaco Honsell, il sigillo della città.

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