Il canto delle filatrici di Maniago: la saga familiare raccontata da Dal Mas
L’autrice nel suo libro parla delle donne al lavoro nella filanda a Maniago. Restituisce voce a un mondo femminile che ha costruito la storia del Friuli. «Una delle protagoniste del romanzo, Adelina, è la mia bisnonna»

Certe storie aspettano una vita prima di essere raccontate. Non perché manchino le parole, ma perché serve il tempo giusto per trasformare un ricordo di famiglia in un romanzo. È quello che accade a Giulia Dal Mas con “Il canto delle filatrici”, il nuovo libro pubblicato da Tre60, in libreria da oggi (e in ebook), una saga familiare ambientata nella Maniago degli anni Venti che affonda le radici nella memoria delle donne della sua famiglia e nella storia di un territorio.
Prima ancora che il rumore delle officine e delle coltellerie rendesse famosa Maniago, erano infatti le filande a scandire le giornate del paese. Migliaia di donne, spesso giovanissime, vi trascorrevano le proprie giornate fra il vapore delle vasche, i bozzoli di seta, le gerarchie del lavoro e una disciplina severa.
È questo mondo che Dal Mas riporta in vita attraverso le vicende di tre sorelle, Nella, Adelina e Iolanda Santarossa, accomunate dal lavoro in filanda ma destinate a seguire strade diverse mentre l’Italia si avvia verso il fascismo e la guerra.
La ricostruzione è accurata. Il romanzo restituisce il lessico della lavorazione della seta, ma soprattutto racconta la filanda come un microcosmo sociale in cui il destino delle donne si decide ogni giorno fra lavoro, reputazione e desiderio di emancipazione.
Le tre sorelle, tuttavia, non rappresentano soltanto tre caratteri diversi, ma tre modi di affrontare la vita in un’epoca di grandi trasformazioni. Iolanda resta a Maniago e continua a lavorare in filanda, trovando nel mestiere non solo una necessità, ma anche una forma di dignità personale. Il suo obiettivo è conquistare il ruolo di “passaseta”, il più prestigioso fra quelli riservati alle operaie, simbolo di esperienza e riconoscimento.
Adelina, invece, si lascia travolgere dall’amore per il figlio dell’altolocata famiglia Dean. Una relazione proibita che scatena lo scandalo in paese, mette in difficoltà l’intera famiglia e la costringe a lasciare Maniago. Dalla loro unione nascerà Maria, una bambina che diventa il simbolo del peso delle convenzioni sociali e delle scelte imposte alle donne in quegli anni.
Nella, infine, è la più curiosa e inquieta: ama i libri, desidera studiare e guarda oltre i confini del paese. Insieme all’amica Luisa parte per Torino, dove entra in contatto con gli ambienti che rivendicano i diritti delle donne e immagina un futuro diverso da quello che la vita sembrava averle già assegnato. Le loro strade si dividono, ma i legami familiari continuano a resistere alle distanze, alle ferite e agli sconvolgimenti di un Novecento che cambia rapidamente volto.
Ed è proprio Adelina il personaggio che più direttamente affonda nella storia della famiglia dell’autrice. «È la mia bisnonna, anche se non si chiamava così», racconta Giulia Dal Mas. Nel romanzo è la madre di Maria, quella bambina che nella realtà era la nonna della scrittrice. Da lei l’autrice ha ascoltato il racconto di quella vicenda familiare e delle difficoltà affrontate da una giovane madre in un’epoca in cui una gravidanza fuori dal matrimonio rischiava di segnare per sempre il destino di una donna. Quei ricordi, custoditi per decenni, sono diventati oggi materia narrativa.
Dal Mas ricorda anche Iolanda, una delle sorelle della bisnonna e i racconti che l’anziana le faceva sulla propria vita e soprattutto sui suoi amori. Frammenti di memoria rimasti sedimentati negli anni e che oggi hanno trovato posto nella narrazione.
In realtà l’idea di scrivere questo libro accompagnava Dal Mas da molto tempo. Ha aspettato, però, che arrivasse il momento giusto. Finché la nonna era in vita non se l’è sentita di affrontare una storia tanto intima. «Era una donna forte e molto discreta. Non sapevo come avrebbe accolto un romanzo ispirato alla vicenda della sua nascita», spiega.
A colpirla è sempre stato il modo in cui la famiglia aveva affrontato una situazione che, all’epoca, avrebbe potuto trasformarsi in uno stigma insanabile. Al contrario, ricorda, aveva dato prova di una modernità sorprendente, accogliendo quella bambina con un’apertura che, per quei tempi, non era affatto scontata. Anche la ricostruzione della filanda affonda più nella memoria che negli archivi, seppure la ricerca storica non sia mancata. «Mi sono documentata, certo, ma avevo già nella testa i frammenti delle loro giornate, tramandati nel tempo».
È da quelle immagini familiari che prendono forma i gesti delle operaie, i ritmi del lavoro, le ambizioni di chi sperava di migliorare la propria condizione. Le filande diventano così molto più di un luogo di lavoro: sono lo spazio in cui si intrecciano solidarietà femminile, sacrificio e desiderio di riscatto, restituendo uno spaccato della Maniago di inizio Novecento che appartiene alla memoria collettiva del territorio.
Le tre protagoniste finiscono per rappresentare tre diversi modi di essere donna negli anni Venti. L’autrice ammette di riconoscersi un po’in tutte e tre: nella solidità di Iolanda, sempre pronta a esserci per gli altri; nello spirito sognatore di Adelina, che sente molto vicino al proprio carattere; e nella curiosità di Nella, nella sua inesauribile voglia di leggere e guardare oltre l’orizzonte del proprio paese.
Con “Il canto delle filatrici” Giulia Dal Mas non racconta soltanto una storia d’amore o una saga familiare. Restituisce voce a un mondo femminile che ha contribuito a costruire la storia del Friuli senza quasi mai entrare nei libri. Le sue filatrici appartengono a quel popolo silenzioso di donne che hanno lavorato nelle filande, cresciuto figli, custodito segreti e trasmesso ricordi destinati altrimenti a scomparire. Ed è anche questo il senso del romanzo: riportare alla luce le storie di donne comuni che hanno attraversato il Novecento lasciando un segno nelle loro famiglie e nel territorio, pur senza entrare nei libri di storia. ”
Un omaggio alle filandiere di Maniago e, insieme, a tutte quelle donne che, pur rimanendo nell’ombra, hanno lasciato un’impronta profonda nelle generazioni successive.
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