La mamma del trentenne che si è tolto la vita: "Questa società divora i figli"

UDINE. La porta non si apre per mostrare il dolore. E’ privato. Come privati sono i ricordi. Quel che di Michele andava detto, è già stato fatto. Lo ha fatto lui, con la sua lettera d’addio. Con la sua lettera di denuncia che è la lettera «di una generazione che si vendica del furto della felicità», e che è anche «un atto d’accusa al contesto».
Anna, ma non è questo il suo nome, mamma di Michele, rifiuta di parlare di ciò che «è privatissimo». Come il dolore.
Nessuna ricerca di condivisione ne di compassione. E nemmeno «voglio storie lacrimose...»
Nulla da dire se non che «è questa società ad essere malata», e che la tragedia di Michele «è la tragedia di una intera generazione che non riesce a progettare futuro». Ma non perchè non voglia, ma perchè non gli viene consentito.
Anna chiama in redazione rispondendo ad una richiesta, ma definisce subito i confini. E chiarisce un punto: «Michele era psicologicamente sano. Michele era come doveva essere: una brava persona».
La lettera che ha lasciato, lucido e crudo atto d’accusa, dice tutto quel che doveva essere detto. «Noi siamo stati solo il tramite per far conoscere ciò che pensava».
Un atto d’accusa nei confronti della società, «perché è chiaro che è la società ad essere malata. E l’intervento della psichiatria dovrebbe essere rivolto a curare la società.
La psichiatria - prosegue - ha un linguaggio che è sbagliato e ingenera confusione perché esiste l’infelicità che viene provocata da altri. E’ la società che è malata e andrebbe curata».
Una società che promette ma raramente mantiene. Una società dove sono più le vie sbarrate che quelle che si possono percorrere. Una società che brucia le speranze davanti a tentativi reiterati di entrarvi. «Una realtà sbagliata - aveva scritto Michele -, una dimensione in cui conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa che non si possa inquadrare nella cosiddetta nomalità».
Una realtà che Michele ha rifiutato, «stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili...».
Michele a 30 anni ha detto basta, se n’è andato, affidando ad una lettera i propri pensieri, le proprie emozioni, la propria delusione e la propria rabbia.
E anche un j’accuse rivolto a chi avrebbe il dovere di progettare futuro per chi rappresenta il futuro, i giovani, e invece annienta speranze.
Anna non parla di Michele «nè del nostro dolore perchè fa parte del nostro privatissimo affettivo». E condivide i contenuti della lettera che ha lasciato Michele, una lettera «che dice tutto e denuncia una società che sta divorando i suoi figli».
Una società che nè Anna nè il marito apprezzano. «Non condividiamo le scelte fatte sul lavoro», rimarca. E denuncia il paradosso: in questo Paese «meno acculturati si è e più in alto si sale».
E poi accenna ai suoi propositi: «Ho 61 anni, lavoro ancora ma non voglio più andare a lavorare. E’ ora che le generazioni più mature si facciano da parte e lascino spazio a chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro».
Un impegno, una promessa... «Mi faccio da parte perché così qualche ragazzo lavorerà al posto mio».
La voce si incrina quando ammette «siamo affranti... stanchi». Forse ancor di più ora che, con la pubblicazione della lettera, il pensiero, la denuncia di Michele, sono noti. «Un atto d’accusa che condivido pienamente».
Un gesto, quello di rendere noto il suo scritto, con cui i genitori hanno voluto «rendere onore a nostro figlio, che ha compiuto una scelta crudissima».
Com’era Michele, quali i suoi hobby, chi i suoi amici, il suo carattere... sono un piccolo patrimonio di chi lo ha conosciuto, dei genitori, delle persone a lui care.
Del resto, come si fa a ridurre a racconto un’esistenza, un individuo...
Di Michele noi ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido di denuncia.
Simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni.
Michele «era come doveva essere, una brava persona».
Ed era «bello».
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