"Caro Michele, le tue domande hanno scosso le coscienze"
UDINE. Caro Michele,
in molti abbiamo letto la lettera che hai lasciato alla tua mamma e al tuo papà. Abbiamo cercato di capire che cos’è successo, di capirti, e di stare accanto ai tuoi familiari che cercano di rassegnarsi all’incolmabile vuoto di un figlio che non c’è più.
Lo sai perché? Perché ci si interroga? C’è una parte della tua lettera che colpisce, eccola: «Ma le domande non finiscono mai e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene».
È vero, Michele, le domande in questa vita non finiscono mai e quando si arriva a dire «non mi faccio più domande», beh, non è vero, non c’è da crederci. Le domande fanno parte della nostra esistenza, sono il sale della quotidianità.
Lo sai quante domande staranno assillando la mente dei tuoi genitori, dei tuoi cari, dei tuoi amici? Domande che si fa anche chi non ti ha mai incontrato, ma è venuto a conoscenza della tua storia attraverso le pagine del giornale.
In alcuni luoghi della città – chissà, magari un giorno sarai passato anche tu in quei posti con i tuoi amici – c’era chi si interrogava, chi rifletteva sui quesiti che tanto ti avevano nauseato.
A casa, in famiglia, nel posto di lavoro, a scuola, nello sport, ogni giorno, dalla mattina a sera, è un rincorrersi di domande, interessanti, belle, brutte, sciocche, originali.
Ma sai cosa manca? Mancano le risposte, soprattutto alla tua generazione. Quelle risposte che una società dovrebbe dare, o almeno dovrebbe imparare a offrire, o ad abbozzare più in generale ai giovani, agli anziani, ai genitori, a tutti.
Caro Michele, nel luogo dell’effimero, dove tutto passa e dove il tutto è nulla, dopo pochi secondi, ecco lì – sui social – molti parlavano di te. Molti si facevano le domande che tu non volevi più incrociare. E si investigava sui misteri tuoi ma anche della tua generazione, in generale.
Chi in modo tranchant: «E per oggi non c’è altro da dire», come postava Elena; o chi come Giuseppe: «Ai giovani va data una speranza», o ancora come Roberta: «È un sistema che non funziona». Erica ha provato «dolore, frustrazione, rabbia, insofferenza, distacco».
Invece secondo Stefano «arrendersi non è e non sarà mai una soluzione»; per Chiara i tuoi «genitori hanno compiuto un gesto di grande coraggio e di assoluto rispetto nei confronti del figlio, portando avanti la sua denuncia».
Chi ha ragione? Forse Federica che ha scritto che «l’unica cosa da fare è tacere e riflettere...».
Ecco, fermarsi a pensare, a meditare, a ispezionare tra le pieghe del nostro animo. Abbiamo letto anche critiche eh, caro Michele. Anche nei confronti dei tuoi genitori, che – secondo qualcuno – non avrebbero dovuto divulgare le parole che avevi inciso su quei fogli.
I giudizi li lasciamo agli altri; ammettiamo però che l’autocritica, l’esame della società, la fotografia un po’ sbiadita che abbiamo davanti non rispondono alle tue e non sempre alle nostre domande.
Hai ritenuto che lo stato delle cose non fosse più accettabile, per questo hai scelto di smettere. «Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo e io l’ho dimostrato», ci hai freddati.
Vedi, caro Michele, vivere può essere un piacere ma anche un dispiacere, fa parte di quella corsa sulle montagne russe che si chiama “vita”. Hai. presente quando ci sei sopra, vai a tutta birra e senti lo stomaco che ti esce dagli occhi? In quegli istanti gridi e vorresti non esserci mai salito. Ma non puoi scendere.
Essere anticonformisti, come dici di te, non farsi ricattare, come ancora sostieni, fare i conti con te, come pure sintetizzi, non badare ai comodi degli altri, sono muri che ogni giorno dobbiamo abbattere per non farci fagocitare da un sistema che ci vorrebbe freddi, omologati, impersonali come le confezioni impilate negli scaffali di un supermercato.
«Questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia».
Se tu, caro Michele, fossi qui ti domanderei chi ti impone di rendere tuo tutto questo? Ecco, ti farei una domanda che non ti piace, lo so. Ma si può anche “combattere” senza appartenere a un sistema per provare quantomeno a cambiarlo.
Hai chiesto perdono, hai chiesto scusa, hai chiesto di non odiarti, hai ringraziato per i bei momenti, fino all’accusa di «alto tradimento». Continuo a non giudicare.
Hai scritto ai tuoi genitori scuotendo – nel bene e nel male – le coscienze di chi vive in letargo. Hai scritto a papà e mamma che adesso stai bene.
Non lo sappiamo dove sei e come stai. I tuoi genitori nella loro infinita sofferenza hanno avuto la forza di far conoscere il tuo stato d’animo per dare una sberla a questo mondo sonnolento affinché si possa aiutare qualche altro Michele. A tutti noi resta il rammarico di non aver intercettato il tuo malessere.
Per i tuoi cari, lo sai, non sarà la stessa vita. Non lo sarà neppure per chi continuerà a porsi qui le domande a te tanto antipatiche. Domande che pretendono, questo sì, qualche risposta.
Ciao Michele. Buon viaggio.
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