Una lettrice: “Michele voleva vivere con dignità, ma questo Paese non gli ha teso la mano”
Una lettrice, Elisa Capobianco, ha scritto sulla pagina Facebook del Messaggero Veneto una lettera sul suicidio di Michele, il trentenne che si è tolto la vita perchè non riusciva a trovare un lavoro stabile.
«Sono rimasta molto turbata - confessa Elisa - da questa vicenda. E per questo motivo ho scritto alcune parole in sua memoria, che mi auguro possano essere lette dai genitori di Michele. Spero siano loro di conforto». Ecco il testo.
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Leggere questa lettera ti spacca il cuore e impone più di una riflessione.
L'analisi descritta da quello che era un nostro concittadino è lucida, ponderata e razionale.
Impossibile alzare le spalle e cavarsela con un sincero quanto superficiale "povero ragazzo".
Non so che volto avesse Michele, ma io non credo all'etichettatura di un ragazzo uscito di senno, tesi avvalorata dalla decisione dei genitori di rendere pubbliche le sue ultime parole.
Il ragionamento alla base è stato quello squisitamente darwiniano della selezione naturale.
Se non c'è posto per me, la conseguenza è l'eliminazione. E se nella giungla della "civiltà" nessuno (di solito) ti toglie tangibilmente la vita, allora tanto vale autoinfliggersi la condanna.
Ma la domanda è: perché nonostante l'evoluzione ci ritroviamo in una società darwiniana? Perché il "mors tua vita mea" deve essere l'unico linguaggio nazionale?
"Non è questo il mondo che mi doveva essere consegnato". Qual era il mondo che volevi vivere? Qual era l'Italia in cui avresti continuato a camminare con dignità?
Forse rileggendo solo alcune delle tue parole impastate di rabbia, lacrime e disperazione, avresti vissuto in un'Italia dove le tue risorse fossero state adoperate e non semplicemente "sfruttate", forse saresti invecchiato volentieri in un paese che ti avesse teso una mano e non solamente critiche, forse avresti sorriso in un mondo che non insultasse i sogni non monetizzabili o non deridesse la sensibilità tacciandola subdolamente di fastidiosa debolezza.
Forse avresti accettato di incontrare ancora l'amore in un'Italia che avesse "sì" da offrire, ma senza tornaconti o almeno prodigo di alternative o soluzioni ai tuoi ostacoli.
O forse avresti sperato ancora di rialzarti incontrando gli occhi vitali di un bambino. Forse avresti riabbracciato la vita se anche solo uno dei tuoi amici giudicati da te migliori avesse azzerato i confronti o i conflitti, invitandoti a prenotare insieme una bella settimana in un posto assolato, magari low cost, ma high relax, oppure semplicemente ti avesse preparato spesso una pasta da "fine del mondo", quella fine sì che forse ti avrebbe riscaldato il cuore.
Michele voleva senza alcun dubbio imporre riflessioni simili al numero più ampio di persone perché in fondo credeva nella gente.
Altrimenti non avrebbe scritto parole piene di rabbia per "imporre" ad altri la sua assenza. L'assenza per esistere deve essere notata da qualcuno.
Voleva che intorno a lui la gente si fermasse, perdesse un treno, ritardasse un appuntamento o alzasse semplicemente la cornetta per parlare di "futuro".
Per condividere con lui un'idea di avvenire diverso da quell'"incubo di problemi" in cui la sua mente si era avviluppata ormai da chissà quanto tempo per mancanza di treni persi, di appuntamenti ritardati o di cornette mai alzate.
E allora avrà pensato in giorni scuri, seppur in altri termini: se le lancette umane intorno al mio mondo corrono tanto fredde e inesorabili tanto vale rompere l'orologio: "ovviamene non è più un mio problema".
E se il tempo non si ferma, allora lo uccido.
In questo modo, e forse solo in questo modo, Michele è riuscito a imporre un pensiero sulla precarietà ai suoi vicini e a chiunque ha avuto tempo e occasione di leggere le sue ultime riflessioni.
Queste parole su una bacheca digitale scorrono verticalmente via, veloci, senza troppa attenzione, ma se c'è qualcosa che questo ragazzo avrebbe voluto, più di ogni altra, chiedere a noi uomini e donne che scegliamo quotidianamente la vita è: qual è il modo dignitoso di vivere il futuro?
Qual è la speranza per un futuro dignitoso in un Paese che rigetta chi si impegna a essere una "brava persona"?
È una domanda posta a un ministro del Lavoro che dovrebbe fare dell'inserimento lavorativo dei cittadini italiani il suo principale scopo di vita professionale.
Ma è una domanda a cui nessuno si deve in fondo sentire estraneo.
Che cosa faccio io per migliorare non soltanto il mio futuro, ma anche quello delle persone che mi circondano?
Non nasciamo tutti Maria Teresa o Mahatma Gandhi, ma un giorno in una lettera datata 1942 una donna tenace di nome Simone Weil ha scritto: "L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità".
E allora, caro Michele, che troppa poca attenzione purtroppo hai ricevuto in vita, ti dedico queste parole sperando in qualche modo di essermi fatta portavoce della tua infinita sensibilità.
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