Tutti si misero all’opera come formiche laboriose e i paesi risorsero

Il Friuli diventa un enorme cantiere, l’orizzonte è costellato di gru. L'ex assessore alla ricostruzione Dominici: ci fu un patto tra le istituzioni e il popolo

«Il Friuli diventa un enorme cantiere, l’orizzonte è costellato di gru, le strade sono intasate dal viavai di autocarri. Le macerie e il nuovo coesistono in un paesaggio surreale».

Terremoto, così un gruppo di giornalisti raccontò il miracolo friulano
01 May 1976, Udine, Italy --- A man in Udine sits covering his face beside a car crushed by the fallen rubble of a house in Udine. The northern Italian town was shaken by a strong earthquake. --- Image by © Alain Keler/Sygma/CORBIS

Così al museo Tiare motus di Venzone si legge la descrizione di com’era diventata la nostra terra durante la ricostruzione. Per anni, un cantiere permanente. Migliaia di friulani, come formiche laboriose, rimettevano in piedi i paesi spazzati in meno di un minuto dall’Orcolat. Nonostante le famiglie frantumate, non mancarono la forza e la speranza.

Una scossa di 6,4 della scala Richter, 56 secondi di morte e distruzione, 77 Comuni danneggiati, 93.400 friulani senza tetto, 80 mila vani distrutti o gravemente lesionati, colpita un’area di 5.500 chilometri quadrati, 989 morti, 18.000 case distrutte, 75.000 abitazioni danneggiate, danni al territorio per 13 miliardi di euro.

Nonostante una lunga serie di scosse di assestamento, che continuò per diversi mesi, la ricostruzione fu rapida e completa. Non ci furono barricate, una totale condivisione, nessun muro tra le parti politiche. Tutti insieme, tutti d’accordo, uniti per ricostruire, per fare in fretta, per ritornare alla normalità, per ripartire, per rinascere.

L’8 maggio, a due giorni dal sisma, il consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia stanziò con effetto immediato 10 miliardi di lire. Successivamente il governo Andreotti nominò Giuseppe Zamberletti commissario straordinario del governo incaricato del coordinamento dei soccorsi. Gli fu concessa carta bianca, in collaborazione con il governo regionale presieduto da Antonio Comelli.

Circa 40.000 sfollati passarono l’inverno sulla costa adriatica, per rientrare tutti entro il 31 marzo 1980 in villaggi prefabbricati costruiti nei rispettivi paesi. La ricostruzione totale durò 10 anni. Ancora si parla del “Modello Friuli”, un esempio per tutta l’Italia perché mai è stato così, mai l’organizzazione, la ricostruzione, l’efficienza e la serietà sono state così veloci e rispondenti al territorio.

In prima linea anche l’Esercito che contò 32 militari morti e 242 feriti. L’intervento dell’Esercito fu immediato: già dopo due ore dall’evento partirono le prime colonne di soccorsi e furono costituiti dei centri direzionali per la gestione delle attività.

I militari si prodigarono giorno e notte senza risparmio di energia in interventi di recupero e sgombero feriti, tumulazione di salme, assistenza sanitaria e rifornimento viveri alle popolazioni colpite (distribuiti oltre 70.000 pasti al giorno).

L’intervento dell’Esercito in soccorso alla popolazione friulana rappresentò e rappresenta il prodomo della nascita della protezione civile che da quelle macerie ebbe origine grazie all’opera del commissario straordinario Zamberletti.

Come sottolinea Roberto Dominici, che fu assessore alla Ricostruzione nella giunta presieduta da Adriano Biasutti: «Con la ricostruzione ho vissuto una esperienza straordinaria iniziata fin dal 6 maggio, proseguita nella Commissione speciale per il terremoto del consiglio regionale e approdata poi all’assessorato per la Ricostruzione con incarico durato quasi cinque anni».

«Bisognava proseguire secondo le grandi scelte divenute poi “Modello Friuli” in un momento non facile, sia per i complessi problemi operativi, tecnici, legislativi, da affrontare e risolvere sia per ragioni finanziarie. Il ritmo di spesa superava in quegli anni cruciali i 500 miliardi di lire anno ed eravamo rimasti a corto di disponibilità, al punto che la Regione ha dovuto fare anticipazioni di cassa confidando in nuovo intervento della solidarietà nazionale».

«C’è stato un grande lavoro di sensibilizzazione nei confronti dello Stato con iniziative appropriate: la presentazione a Roma, a palazzo Venezia, del rendiconto, articolato in quattro volumi, delle spese fatte alla presenza del presidente Pertini e dei massimi rappresentanti delle istituzioni nazionali; il coinvolgimento alle nostre necessità del presidente Cossiga a Udine il 6 maggio 1986; la grande mostra con i risultati fino ad allora ottenuti allestita a Villa Manin nel 1986; l’istanza con motivata relazione per il rifinanziamento della ricostruzione presentata al governo Craxi; l’azione articolata nei confronti della politica regionale e nazionale», spiega ancora Dominici.

L’ateneo di Udine nacque dalle macerie del terremoto

«Abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo quando venne approvata la legge 879 del dicembre 1986; all’epoca c’erano, infatti, ancora più di 25.000 persone nelle baracche. Da un lato bisognava andare avanti, dall’altro bisognava pure avviare un processo graduale di rientro nella normalità, pensando, per esempio, agli sbaraccamenti in 350 villaggi allestiti per ospitare i senzatetto», spiega ancora Dominici

E continua: «Ricordo i tanti problemi che si sono dovuti risolvere, problemi di ogni specie, perché alla ricostruzione fisica bisognava aggiungere la sistemazione delle cose: assegnazione degli alloggi secondo criteri appositamente definiti, assetti urbanistici, ricomposizione fondiaria con aggiustamenti delle proprietà posto che l’assetto in molti casi era cambiato, soluzione normativa delle casistiche più disparate con riguardo agli aventi titolo, rendicontazione delle spese da parte dei sindaci funzionari delegati. Una macchina complessa che necessitava di una guida attenta, paziente, aperta».

«Posso dire che il rapporto con lo Stato è stato positivo, che altrettanto positivo è stato il rapporto con gli enti locali. Stato, Regione ed Enti Locali hanno operato senza ingenerare né conflittualità, né incomprensioni, né confusioni – ripercorre l’ex assessore –. Un modello collaborativo veramente ottimo che dovrebbe essere tenuto presente non solo nel caso di calamità, cosa per altro non avvenuta per terremoti più recenti del nostro, ma anche per la “ordinarietà” se così possiamo definirla».

«La politica regionale, con la sua classe dirigente, ha saputo essere all’altezza del grande compito e i parlamentari dell’epoca sono stati capaci di fare fronte comune verso lo Stato. Ruolo incisivo hanno avuto i cosiddetti poteri intermedi: mondo economico, sindacati, Chiesa friulana, associazionismo in genere e così via. Ci sono stati dibattiti forti, accesi, insieme anche a critiche, ma oggi, a distanza di tempo, si può dire che tutto è servito perché tutto era mosso per meglio corrispondere alla esigenza della gente. Possiamo dire che tra le istituzioni e il popolo terremotato di fatto si è creato un patto di reciproca fiducia e collaborazione. Dobbiamo essere orgogliosi tutti di aver servito, tutti insieme, questa grande pagina di storia del Friuli», conclude Dominici.

 

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