L’ateneo di Udine nacque dalle macerie del terremoto

UDINE. Alle 21 e una manciata di secondi quando la terrà iniziò a tremare, a Gemona la corriera che il 6 maggio 1976 trasportava i sostenitori dell’università friulana impegnati a raccogliere le firme da allegare alla proposta di legge con la quale i friulani si preparavano a chiedere allo Stato l’istituzione dell’università di Udine, era appena passata.
«Era una corriera speciale che si fermava in ogni strada» scrive Pierina Londero nel memoriale del terremoto pubblicato online dal Messaggero Veneto, ricordando il padre morto sotto le macerie a Gemona. Su quelle stesse macerie, qualche settimana dopo, si concretizzò la battaglia per l’università friulana.
La tragedia aveva sbriciolato le fabbriche, le case e le chiese, ma non lo spirito dei friulani che quando si trovano in difficoltà sanno essere ancora più determinati. Di fronte ai letti di macerie anche il Comitato per l’università friulana decise che non era il caso di arrendersi.
«Dalla tragedia del nostro Friuli salviamo uno strumento essenziale per la sua rinascita. Nell’imminente scadenza dei termini di legge riprendiamo con maggiore impegno la sottoscrizione alla proposta di legge di iniziativa popolare per l’Università statale autonoma del Friuli. Friulani firmiamo» recitavano i 500 manifesti stampati il 29 maggio, tre giorni dopo il riavvio della raccolta delle firme.

Il professor Tarcisio Petracco, promotore dell’iniziativa, pur rendendosi conto che il momento non era dei migliori per tornare a chiedere l’aiuto della gente, decise di ripartire puntando, queste le sue parole, «sul resto del Friuli e accontentarsi di raggiungere la quota di sicurezza». Vale a dire almeno 50 mila firme. Il numero, di fronte al Friuli in ginocchio, faceva impressione, non a caso Petracco chiese il supporto dei Fogolârs furlans.
La sollecitazione a riprendere la battaglia, come si legge nelle pagine di “La lotta per l’università friulana” (Forum editrice), era arrivata da un terremotato di Casiacco, tra le montagne di Vito d’Asio: «Perché non si continua la raccolta di firme?» chiese un giovane a Petracco, il quale non esitò a raccogliere l’invito. «Fu una scintilla - scrisse Petracco - che riaccese la nostra determinazione».
Convocò i capigruppo dei comitati locali, contò le firme già raccolte e preparò le tappe del percorso. Quella fu l’ennesima dimostrazione della partecipazione popolare che si rafforzò nell’estate del terremoto. La battaglia per l’università friulana diventò anche la battaglia del Coordinamento dei comitati delle tendopoli che vedevano nell’istituzione dell’ateneo l’anello mancante per la ricostruzione del Friuli.
I friulani si mobilitarono anche se all’avvocato Marino Tremonti, presidente del Comitato per l’università friulana, sembrava un’impresa impossibile. La risposta della gente non mancò e la «quota di sicurezza» fu ampiamente superata perché sulle macerie del terremoto furono raccolte 125 mila firme. Il popolo friulano dimostrò la volontà di scommettere sul proprio futuro partendo dall’alta formazione e dai giovani.
Grazie a quella mobilitazione, nella prima legge organica di finanziamento della ricostruzione post terremoto, la 548 dell’8 agosto 1977, venne inserita l’istituzione dell’Università degli studi di Udine. La norma trovò attuazione il 6 marzo 1978 con decreto del presidente della Repubblica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 aprile 1978.
Chiara la finalità di quella scelta: «Contribuire al progresso civile, sociale e alla nascita economica del Friuli». L’obiettivo era «divenire organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originali della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli». Oggi l’ateneo friulano conta 15 mila studenti e decine di corsi di laurea.
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