«Prima le fabbriche: un monito che sancì il modello Friuli»
Il presidente di Confindustria Udine: «Cinquant’anni dopo il ricordo è vivo. L’associazione degli industriali svolse un ruolo forte a sostegno del territorio trovando soluzioni come l’occupazione provvisoria e le intese con le banche»

A cinquant’anni dal terremoto che il 6 maggio 1976 colpì duramente il Friuli, l’associazione degli industriali della provincia di Udine – oggi Confindustria Udine – ricorda con commozione e orgoglio il ruolo centrale svolto dal sistema imprenditoriale nella rinascita del territorio.
Il sisma devastò un’area di 5.700 chilometri quadrati, interessando 137 comuni e circa 600.000 abitanti. Nell’area epicentrale crollarono o furono irrimediabilmente danneggiate circa 17.000 abitazioni, causando 989 morti, oltre 3.000 feriti e 100.000 senza tetto. Furono colpite 279 aziende industriali, di cui 166 associate all’associazione degli industriali friulana, con oltre 10.000 dipendenti. Circa il 40 per cento del sistema produttivo udinese si fermò.
Cinquant’anni dopo, il ricordo di quella tragedia resta vivo, ma ancora più forte è l’orgoglio per come il nostro Friuli seppe reagire. Quella notte il nostro territorio perse tutto, ma non perse la determinazione. Gli imprenditori non si arresero: riaprirono le fabbriche anche in locali di fortuna, mantennero i posti di lavoro e posero le basi per una ricostruzione che divenne modello nazionale.
Una ricostruzione «oltre la dimensione dell’esistente», mutuando una frase di Andrea Pittini, che ebbe così a definire la volontà e le azioni intraprese a seguito del sisma dagli imprenditori friulani. Nel momento drammatico di una ricostruzione «dal niente», essi intesero investire oltre la dimensione dell’esistente. Si trattò sì di investimenti di risorse, ma soprattutto dell’applicazione di una forma mentis e di atteggiamenti che oggi verrebbero definiti di resilienza proattiva, capaci di far immaginare nuovi obiettivi, nuovi metodi, nuove strade, su cui costruire qualcosa che prima non c’era.
La scelta fondamentale fu quella di sistemare la popolazione in tendopoli per evitare l’emigrazione di massa e tenere le persone vicine alle fabbriche. «È intorno alle fabbriche che bisogna ricostruire, ma prima dobbiamo farle sopravvivere fornendo uomini e mezzi», fu il principio guida espresso allora dal presidente dell’associazione degli industriali di Udine Rinaldo Bertoli e che divenne il pilastro del «Modello Friuli».
L’associazione degli industriali – con le presidenze successive di Bertoli, Gianni Cogolo e Andrea Pittini – svolse un ruolo forte a sostegno delle imprese del territorio: aprì tre giorni dopo la scossa una sottoscrizione che raccolse oltre 3,5 miliardi di lire, destinati a prefabbricati, alloggi per lavoratori e strutture di emergenza. Promosse soluzioni concrete come l’occupazione provvisoria, la lavorazione in conto terzi e accordi con banche e sindacati.
Grazie all’impegno di Confindustria nazionale, con la visita del presidente di allora Gianni Agnelli, furono chiesti e ottenuti prestiti a tasso zero e interventi rapidi. Le imprese edili associate diedero vita al consorzio Corif, che divenne interlocutore unico per la realizzazione delle infrastrutture.
In poco più di un anno la riattivazione produttiva fu praticamente completa. A fine 1978 i posti di lavoro industriali nelle zone terremotate non solo furono recuperati, ma aumentarono di circa 2.000 unità (+10 per cento). Tra il 1971 e il 1981 le unità industriali in provincia di Udine crebbero del 44,7 per cento e gli addetti del 26,7 per cento, con una spinta decisiva proprio dalle aree più colpite.
Il Friuli dimostrò che, mettendo al primo posto la ripresa economica e produttiva, si ricostruisce non soltanto il tessuto materiale, ma anche quello sociale.
La ricostruzione friulana, anche grazie a una classe dirigente capace, che interpretò una corale volontà popolare di riscatto, senza dimenticare il grande aiuto ricevuto da una solidarietà di respiro internazionale, trasformò una catastrofe in un’occasione di crescita strutturale.
Un esempio di coesione, visione strategica e capacità di riorganizzazione che rimane un simbolo per l’Italia intera e un modello vincente per affrontare le sfide del presente e del futuro.
La lezione di allora è chiara: quando l’industria riparte per prima e con visione, l’intera comunità riparte più forte.
Resta centrale il motto “Prima le fabbriche” di monsignor Alfredo Battisti. Ma è di grande profondità e attualità anche la frase di un altro esponente della Chiesa friulana, don Checo Placereani: “Il Friûl al á di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts”. Il Friuli deve uscire dalle macerie del terremoto con la testa, alla maniera dei vivi, non con i piedi, alla maniera dei morti. La testa rappresentava l’innovazione, il progresso, l’università, che fu istituita con una spinta decisiva della volontà popolare. I piedi rappresentavano il rischio concreto di una nuova immigrazione e di un arretramento sociale ed economico.
Il terremoto del 1976 ha rappresentato una ferita profonda, ma ha anche rivelato la straordinaria capacità degli imprenditori friulani di reagire, innovare e ricostruire non solo le fabbriche, ma un intero modello di sviluppo.
Nel momento di dover ripartire dal niente, gli imprenditori friulani non si limitarono a ripristinare ciò che c’era, ma investirono in una nuova forma mentis, fatta di visione strategica, nuovi obiettivi, nuovi metodi e nuove strade. Molte imprese seppero trasformare un danno in un’opportunità: non solo riaprirono, ma modernizzarono impianti, processi e prodotti.
La ricostruzione ha generato anche innovazioni antisismiche e nei processi costruttivi, diventate patrimonio condiviso a livello nazionale e internazionale.
Un esempio straordinario di rinascita, oltre la dimensione dell’esistente, che continua a essere un patrimonio prezioso anche per affrontare il futuro.
Di fronte alle sfide del presente, Confindustria Udine vuole rinnovare quel “Modello Friuli”: stimolare soluzioni concrete, aggregare il territorio intorno a un nuovo patto per uno sviluppo innovativo, inclusivo e sostenibile, promuovere la base produttiva, il lavoro, la formazione e trasmettere alle nuove generazioni la cultura del non mollare mai e la fiducia nell’intraprendere.
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