Una delle immagini conservate in Biblioteca a Gemona che testimonia il viaggio dei friulani sfollati
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Le tracce che ci avete lasciato: le storie dei lettori sul terremoto del Friuli

Daniela Larocca, Edoardo Di Salvo, Giuseppe Parisi

Dopo la pubblicazione di Tracce, sui social e nei messaggi privati sono arrivate le storie di chi c’era, di chi quella memoria l’ha ereditata e di chi ha voluto condividerla con figli, genitori e amici. Un mosaico di voci che, quasi cinquant’anni dopo, continua a raccontare il terremoto del 1976

«Io mi ricordo».

Cominciano così, o quasi, moltissimi dei messaggi arrivati nei giorni successivi alla pubblicazione di Tracce – Le voci che restano del terremoto in Friuli.

Io avevo sei anni. Io ne avevo diciassette. Io stavo facendo i compiti di geometria. Io cucivo un vestito alla mia bambola. Io ascoltavo E tu di Baglioni, distesa sul letto. Io avevo un bambino di sei mesi con trentanove di febbre. Io ero a Udine. Io ero a Treviso. Io ero a Padova, a Trieste, a Milano, a Torino, a Bologna. Cambiano le età, cambiano i luoghi, cambiano le vite. Ma quasi mai cambia il verbo: ricordo.

Quando a maggio abbiamo pubblicato Tracce, pensavamo di aver raccolto delle memorie. Quattro puntate per tornare al terremoto del 1976 attraverso le voci di chi lo aveva vissuto e provare a capire che cosa fosse rimasto quasi cinquant’anni dopo, quando le macerie erano scomparse da tempo ma certi ricordi no. Non avevamo immaginato che quelle voci ne avrebbero chiamate così tante altre.

 

Nei giorni successivi sono arrivati migliaia di commenti sui social e messaggi privati. A volte poche righe, altre volte racconti lunghissimi. Tutti, in qualche modo, sembravano voler aggiungere qualcosa. Non alla Storia del terremoto, quella delle date, delle cifre e delle fotografie delle macerie, ma a una storia molto più intima: il punto preciso in cui quella notte era rimasta dentro ciascuno.

Tracce - Le voci che restano del terremoto in Friuli

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C’è chi ci ha raccontato di aver sentito la scossa da lontano e di essere partito subito verso il Friuli. Aldo Drusin aveva diciassette anni e viveva a Torino: tornando a casa trovò la madre in lacrime davanti alla televisione e il padre con la valigia già pronta. Partì quella notte. Aldo lo raggiunse due giorni dopo e ricorda ancora la casa dello zio aperta in due e una nuova scossa che lo fece ritrovare seduto dentro una carriola di fieno senza nemmeno capire come ci fosse finito.

Mauro Albanetti ricorda invece il suo paese attraverso immagini che sembrano rimaste ferme nel tempo: la cuspide del campanile spezzata, il blackout, la sabbia che usciva dalla pompa artesiana, il vino riversato nelle strade, le trote morte nella roggia. Per giorni, racconta, il paese odorò di vino.

Sono dettagli minuscoli, eppure dentro c’è un mondo. Forse perché la memoria funziona proprio così: non conserva tutto, sceglie qualcosa. Un suono, un odore, un gesto. E lo tiene con sé.

Il terremoto come racconto e c’è chi ha chiesto il cd-rom

Poi ci sono state le storie di chi il terremoto non lo aveva vissuto, ma lo aveva ricevuto in eredità. «Non l’ho vissuto in prima persona ma con i ricordi di mia madre», ci ha scritto una lettrice. Una frase che racconta un’altra forma della memoria: quella che passa dai genitori ai figli, dai nonni ai nipoti, e continua a vivere anche quando chi c’era non può più raccontare.

È successo anche con Tracce. C’è chi ha fatto ascoltare il podcast ai genitori o ai nonni, troppo anziani o poco avvezzi alle tecnologie per cercarlo da soli. Chi lo ha ascoltato in cuffia durante un viaggio. Chi lo ha mandato ad amici che del terremoto del Friuli sapevano poco o nulla e magari non avevano mai sentito neppure la parola Orcolat.

E poi qualcuno, in edicola, ha chiesto il cd-rom di Tracce. Un cd-rom che non esiste, naturalmente. Ma quella richiesta ci ha fatto sorridere perché, in qualche modo, riportava tutto all’inizio: al desiderio di avere quelle voci tra le mani, di portarle a casa, di conservarle. Proprio come un disco, come quello di Mario Garlatti, la registrazione che ha attraversato quasi cinquant’anni ed è diventata uno dei punti da cui è nato Tracce. Dal disco al podcast, da una voce alle altre: cambia il modo in cui le storie viaggiano, non il bisogno di trattenerle e consegnarle a qualcuno.

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Avevamo chiamato il podcast Tracce pensando a ciò che il terremoto aveva lasciato nelle persone che avevamo incontrato. Dopo la pubblicazione abbiamo scoperto che intorno a quelle voci ce n’erano migliaia di altre. È bastato aprire uno spazio perché cominciassero ad arrivare.

Una dopo l’altra, hanno composto un altro racconto del terremoto: fatto di ricordi personali, di dettagli, di figli che ascoltano i genitori e di genitori che tornano per un momento a quella sera. Un modo, forse, per stringersi ancora una volta attorno a un dolore che il tempo ha allontanato, ma non cancellato.

Pensavamo di raccogliere le tracce che erano rimaste.

Poi ci avete lasciato le vostre.

Grazie. A tutti coloro che hanno voluto lasciare la loro traccia.

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