Mafia capitale, ex terrorista friulana nella holding criminale

UDINE. Se la ricordano in molti a Remanzacco. Viveva con i genitori, il fratello e le due sorelle, in una casa di via Ziracco. I suoi facevano i contadini. Una ragazza come tante: casa, scuola, amici.
Dopo il diploma aveva trovato lavoro a Udine. Conduceva una vita che banalmente si potrebbe definire normale.
Alle volte si fermava a dormire a Udine giustificando il non rientro a casa con problemi di lavoro.
Sì, una vita tanto normale e fu per questo che quando si seppe lo choc - non soltanto a Remanzacco, ma anche nel resto del Friuli - fu enome al pari dell’incredulità.
Il 12 maggio del 1980 – allora Emanuela Bugitti aveva 26 anni - le Brigate rosse uccidono Alfredo Albanese. Era il responsabile della Sezione antiterrorismo veneziana della Polizia di Stato con l’incarico di vice-questore aggiunto.
La mattina del giorno dell’omicidio, Albanese viene attaccato da un gruppo di uomini armati subito dopo essere uscito di casa. Morirà durante il trasporto in ospedale.
Un gruppo brigatista rivendica l’azione, dapprima con una telefonata e in seguito con un volantino abbandonato in un cestino dei rifiuti. Le indagini portarono rapidamente alla scoperta di due covi brigatisti: uno a Jesolo e uno a Udine. Vengono arrestati diverse persone legate alle Brigate rosse.
La Corte d’assise di Venezia emise dure condanne per i membri del commando e i terroristi legati ai due covi scoperti: ergastolo per Marco Fasoli, Nadia Ponti, Marinella Ventura e Vincenzo Guagliardo; 16 anni e 6 mesi per la friulana Emanuela Bugitti e altre condanne ad altri ancora.
La Bugitti viene condannata, come riporta Il Tempo, per traffico di armi con il Libano e per due omicidi, tra cui appunto quello di Albanese. Anche per lei si spalancano le porte del carcere.
Ed è lì che avviene quella che lei definirà una sorta di redenzione e che a tutti apparve come tale prima del nuovo, recente arresto: quello per il suo coinvolgimento in “Mafia capitale”.
In carcere infatti conosce Salvatore Buzzi condannato per omicidio doloso a 20 anni di carcere. Un detenuto modello: nel 1983 era stato il primo carcerato in Italia a laurearsi in cella con 110 e lode. Nel 1994 l’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro gli concede la grazia.
Nove anni prima Buzzi aveva fondato la cooperativa 29 giugno, iscritta alla Lega delle cooperative, così chiamata dalla data di un convegno tenuto nel carcere di Rebibba. Emanuela Bugitti di recente è diventata presidente della Cooperativa 29 giugno e direttore della 29 Giugno onlus e presidente della commiusione pari opportunità all’interno di Legacoop Lazio.
Secondo l’accusa, Buzzi insieme a Massimo Carminati e ad altri 35 presunti componenti del sodalizio criminale, avrebbe usato la cooperativa 29 giugno per distrarre ingenti quantità di denaro a beneficio dei suoi sodali.
Emanuela Bugitti, che si trova ai domiciliari, in una recente intervista parlando del progetto della cooperativa 29 giugno disse che «per noi fu importante trovare una valida alternativa alla mera detenzione, che senza la parte risocializzante non ha, ancora oggi, molto senso. Da lì cominciammo un dibattito che portò alla legge di riforma del’ordinamento penitenziario».
La nuova vicenda che la vede coinvolta nell’inchiesta “mafia capitale” potrebbe diventare, se le accuse saranno confermate, la stucchevole metafora di una redenzione abortita, il fallimento di un riscatto soltanto annunciato. Molte cooperative sociali hanno un ruolo fondamentale nel lavoro di reinserimento dei detenuti nella cosiddetta vita sociale.
Nel caso della Bugitti, però, come gli atti dell’inchiesta evidenziano «si registra un desolante fallimento di tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento intesi alla rieducazione e al reinserimento nel condannato».
Toccherà agli inquirenti stabilire se e in che misura la Bugitti abbia avuto un ruolo in quella che si profila come una holding criminale che spaziava dalla corruzione, all’estorsione, all’usura e al riciclaggio.
Ma resta il fatto che per adesso la sua rinascita, dopo gli anni di piombo, allunga l’ombra inquietante di un nuovo tonfo nell’orrido.
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