L’economia della paura dietro la crisi del Paese

A Pordenonelegge il dialogo sul futuro dell’Italia fra Veronica De Romanis e Paolo Possamai

Cristina Savi
De Romanis e Possamai (Foto Favaretto/ Petrussi)
De Romanis e Possamai (Foto Favaretto/ Petrussi)

 

Nella sede di Confindustria Alto Adriatico, dove l’economia è di casa, Veronica De Romanis ha scelto di parlare soprattutto di ciò che la tiene ferma. Accompagnata dalle domande di Paolo Possamai, direttore dei quotidiani del gruppo Nem, l’economista e docente ha trasformato la presentazione a pordenonelegge del suo libro, “L’economia della paura. Perché conservando si arretra” nel dialogo sul futuro del Paese.

Il punto di partenza è un numero: negli ultimi vent’anni l’Italia è cresciuta in media dello 0,6 per cento l’anno, contro quasi il 2 per cento dell’Europa. E quando arriva una crisi, osserva De Romanis, il nostro Paese scende più degli altri e poi fatica a risalire. Non è soltanto congiuntura, sostiene, ma il risultato di una scelta: «Abbiamo scelto l’economia della paura». La politica, per timore di perdere consenso, preferisce “individuare” nemici e offrire protezione invece di crescita. «Ma in economia, se stai fermo, pian piano torni indietro».

Possamai porta il ragionamento fino alla Venezia del 1797. Quando Napoleone conquistò la Serenissima, ricorda, trovò uno Stato già esangue: nei decenni precedenti Venezia aveva abbandonato commercio, investimenti e innovazione, trasformando la ricchezza in rendita. La domanda diventa quella per l’Italia di oggi: che cosa accade quando si confonde la conservazione della ricchezza con la capacità di crearne di nuova? De Romanis risponde con i dati. La crescita italiana ha avuto un’impennata dopo il Covid grazie a una quantità enorme di risorse distribuite nell’economia, ma con un effetto «soufflé»: si sale rapidamente e poi ci si sgonfia. Il riferimento è alla stagione dei bonus, fino al Superbonus 110 per cento, “il più grande inganno della storia recente”. Quel debito non scompare: ogni anno costa allo Stato circa 87 miliardi di euro.

Anche il Pnrr, definito da Possamai «il bonus più grande in assoluto», entra nel fuoco della discussione. Quei circa 230 miliardi rappresentano, per De Romanis, un’occasione irripetibile, nata in Europa per aiutare i Paesi più colpiti dalla pandemia ma vincolata a investimenti e riforme, non alla semplice distribuzione di denaro. L’Italia rischia invece di disperdere le risorse in molti interventi: «Come mettere fertilizzante su un terreno non arato», dice.

La discussione si fa ancor più concreta quando Possamai evoca l’abolizione del bollo auto, tema oggi al centro del dibattito. De Romanis non si sottrae: «Bingo! Dal punto di vista politico è una mossa azzeccata». Ma se si vuole aiutare chi ha redditi più bassi, bisogna agire sui redditi e non presumere che una piccola automobile appartenga necessariamente a una persona meno abbiente.

Il problema riguarda anche un sistema che conta 625 voci di deduzioni e detrazioni fiscali; ma ogni beneficio distribuito da una parte richiede risorse sottratte da un’altra.

A pagare il conto, nella sua lettura, sono soprattutto le donne e i giovani. In Italia ci sono circa 1,3 milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano, capitale umano che si perde mentre il Paese invecchia. «Ma la realtà è che dei giovani a nessuno importa niente perché elettoralmente non contano. Non possiamo accettare che si parli di loro e poi quando c’è qualche euro a disposizione si aumentino le pensioni», sintetizza De Romanis. Prima o poi qualcuno dovrà pagare quelle promesse.

Da qui la provocazione finale: dare un voto «pesato», doppio, ai giovani. De Romanis la usa per aprire una questione più profonda: se la politica guarda soprattutto agli elettori più numerosi, come si può chiedere ai pochi giovani di sostenere un Paese fatto sempre più di anziani improduttivi? L’economia della paura, dunque, non riguarda soltanto la crescita. Può diventare anche un problema democratico: «Perché se prometto di proteggerti e poi la protezione non arriva, tu o non voti più o vai a cercare risposte altrove in quello di turno (leggi Vannacci) o scegli di andartene, come fanno molti ragazzi». E intanto la base di chi lavora e produce si restringe. È qui che, nella lettura dell’economista, si misura la vera posta in gioco: non difendere indefinitamente ciò che già esiste, ma decidere dove investire le risorse. Perché, in fondo, il costo più alto dell’immobilismo è quello che rischia di presentare il conto domani.

 

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