Calabresi racconta il potere dell’ascolto a Pordenonelegge

Il libro in anteprima in città: «Così poi andrà bene»

Martina Milia
Mario Calabresi con Alberto Garlini e il pubblico al Verdi (Foto Favaretto/Missinato)
Mario Calabresi con Alberto Garlini e il pubblico al Verdi (Foto Favaretto/Missinato)

Mario Calabresi ha un rituale scaramantico. «Tutti i libri vengo a presentarli qui a Pordenone, come ho fatto con il primo». E svela: «Poi mangio un piatto di prosciutto e bevo un bicchiere di bianco e sono sicuro che dopo andrà bene». E così ha fatto anche con Le voci degli altri (Mondadori), in dialogo con Alberto Garlini, ma soprattutto con il pubblico del Verdi, quello che ha accarezzato con una parola semplice e rivoluzionaria: ascolto.

Nella scuola e nel quartiere di Milano in cui è cresciuto, «dove la mescolanza di persone così diverse aveva la potenza che spingeva tutto», Calabresi è tornato e ha trovato un mondo diviso, separato, dove «si cerca di stare solo con i propri simili», per cultura, ceto sociale, religione. E il risultato è che «nessuno sa più ascoltare», nessuno riesce «a vedere l’altro».

L’origine del malessere che sfocia anche nella violenza tra giovani e dei giovani, va cercata nell’«invisibilità, nel fatto che le persone non si sentono viste, nella mancanza di empatia». Nel libro si intrecciano storie più comuni e altre più mediatiche, fino ad arrivare a storie che chiamano in causa temi universali, come l’incontro con il patriarca, il cardinale Pierbattista Pizzaballa «che vive a Gerusalemme, dove c’è grado zero di empatia. Volevo capire se esiste la speranza dove l’empatia non c’è più. Lui mi ha raccontato di germogli che oggi non significano molto, ma che in futuro potranno rappresentare altro».

Una lezione sull’ascolto è arrivata anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «che ha partecipato a un seminario per una ventina di studenti di Renzo Piano. Come mi ha insegnato Piano, se chiedi hai una possibilità che una cosa avvenga. E Mattarella in effetti ha accettato l’invito di Piano». Davanti agli aspiranti architetti, il presidente ha preso carta e penna per prendere appunti. Poi ha parlato del silenzio e dell’ascolto. «“I momenti di silenzio”, ha detto il capo dello Stato agli studenti, “sono fondamentali per riflettere, per sfrondare la realtà dalle sovrastrutture, per poi condividere le riflessioni. Il silenzio è anche senso di rispetto per quello che si deve fare, per il progetto che si ha tra le mani, per le intenzioni che si nutrono. La parola l’abbiamo per farci ascoltare ed è strano che sia sempre stata un’arte incomprensibilmente difficile”. Mi è parsa una lezione straordinaria».

Nessun altro accenno alla politica, se non la battuta finale di Garlini: «Non so voi, ma io lo vedrei bene a fare il sindaco». Pronto Calabresi: «Di Pordenone». Sicuramente di Pordenonelegge.

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