La tragedia della famiglia Colledani: «Mio padre non fu più quello di prima, il sisma cambiò le persone»

«Dovevamo sopravvivere, ognuno reagì a modo proprio. Il terremoto cambiò le persone oltre che i luoghi». Emanuela Colledani oggi è una madre di famiglia che cerca di raccontare ai suoi figli cosa provò quando si trovò intrappolata sotto le macerie e sentì gli ultimi respiri del fratello, Silvano Colledani.
Era poco più di un bambino, aveva solo 12 anni. Quel ricordo non l’ha mai abbandonata, come non l’ha mai abbandonata il dolore profondo, comune a moltissime famiglie spezzate quella terribile notte. Famiglie con un prima e con un dopo costrette a reagire nei modi più diversi.
«Io - rivela Emanuela - mi sono creata uno scudo, quando sento una scossa non mi muovo. Mio padre invece non era più la persona di prima».
Il 6 maggio 1976, Emanuela Colledani era a Venzone. Abitava con i genitori e i suoi fratelli in una casa colonica, fuori le mura e sotto il monte San Simeone. Era stata una giornata calda e questo rendeva unica anche la serata. All’improvviso, la tranquillità familiare venne spezzata da un boato, dalla prima e dalla seconda scossa.
Fu un attimo e tutto cambiò. La casa crollò e la famiglia Colledani restò intrappolata sotto le macerie. «Cercammo di uscire, ma restammo intrappolati sul portoncino di casa. Eravamo tutti lì - ricorda Emanuela -, mancava solo mio fratello più grande, era uscito, lo ritrovammo una settimana dopo. Anche lui era rimasto intrappolato tra le macerie di un locale a Gemona».
Ma torniamo a Venzone. Emanuele, i genitori e i due fratelli più piccoli, Silvano e Walter, 12 e 11 anni, di fronte alla furia del terremoto pensarono di trovarsi all’inferno. Si abbracciarono e legati da quell’abbraccio sentirono non solo la casa, ma anche il mondo crollargli addosso.
«Perdemmo i sensi per qualche secondo, quando mi resi conto di cosa era accaduto mio fratello era sotto di me. Sentii due, tre respiri e poi più nulla. Capii». Nel buoi, tra la polvere, Emanuela sentiva la madre chiamare i figli: «Non chiamare più Silvano» le dissi sapendo che non avrebbe potuto risponderle.
Il padre non si diede per vinto e riuscì a far uscire da quel buio Walter, il figlio più piccolo. «Da lì sotto lo mandava a prendere la pala». Inutile provare a chiamare in quel disastro nessuno li avrebbe sentiti.
«La nostra fortuna è stata che un gruppo di amici di mio fratello aveva parcheggiato l’auto davanti a casa e dopo aver avvertito la scossa vennero a vedere in condizioni era il mezzo - prosegue Emanuela -. Quando arrivarono lì trovano la casa crollata e iniziarono a scavare. Due ore dopo ci recuperarono». Emanuela si ferma, interrompe il suo racconto, il dolore è ancora forte, le perdite dei propri cari restano ferite aperte. Silvano non c’era più, ma come dissero molti quella sera bisognava pensare ai vivi. I ragazzi caricarono Emanuela e Walter, con i genitori, su un camion militare diretto all’ospedale di Udine.
«Arrivammo verso mezzanotte, ci divisero perché a Udine non c’era porto per tutti. Per una settimana nessuno aveva notizie degli altri». Il padre di Emanuela rifiutò le cure: «Sapendo di aver lasciato un figlio sotto le macerie volle tornare nella casa distrutta».
Impossibile rievocare i pensieri, velocissimi, che fece in quelle due ore sotto le macerie e in quelle successive quando la realtà presentò il conto. «Non pensavamo a nulla, potevamo solo aspettare e sperare che qualcuno ci tirasse fuori».
Nonostante tutto, la vita ricominciò. Emanuela ricorda il suo essere ragazzina al fianco del fratello più piccolo. «Andavamo a mangiare nelle caserme, a prendere i vestiti nei punti di distribuzione degli abiti» aggiunge Emanuela provando a descrivere la paura che provò a settembre quando la nuova scosso torno a sconquassare gli animi.
«Era giorno, vidi il campanile di Venzone cadere, la strada si muoveva e dalle montagne scendevano le frane».
Dopo il 15 settembre la famiglia Colledani venne ospitata a Tavagnacco dove vive tutt’ora Emanuela. «I miei genitori tornarono a Venzone, ricostruirono la casa, ma nulla era come prima. Mio papà non si appassionava più a nulla, la perdita di Silvano l’aveva segnato per sempre. Mia madre era più forte».
Emanuela sfoglia l’album dei ricordi. Lo fa con discrezione, alle volte ricordare è doloroso. La quattordicenne di allora, oggi è una donna sposata con figli.
«Di tanto in tanto torno a Venzone, ho portato anche i miei figli a vedere dove abitavano i nonni e lo zio che non c’è più» aggiunge e riconosce che è un dovere trasmettere queste memorie alle giovani generazioni. Pur essendo doloroso, Emanuela ripercorre quelle ore e pensa ai vivi e ai morti.
«Quando leggo le notizie sui terremoti che continuano a ripetersi nel mondo, in primis a L’Aquila, mi commuovo ancora perché so cosa si prova».
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