Domenico Failutti, il pittore dei due mondi

La riscoperta di un ritrattista friulano nel libro di Marco Chiavon. Originario di Zugliano, lavorò per imperatori, papi, sovrani e ambasciatori

Alessandra Ceschia
Leopoldina d’Asburgo con i suoi figli ritratta da Failutti
Leopoldina d’Asburgo con i suoi figli ritratta da Failutti

Quella lussuria dei colori definita a colpi di pennello, la luce diffusa e avvolgente che illumina bellezze muliebri fra trine e merletti e il tratteggio che indaga i volti, idealizzati ma credibili, e li penetra fino a indagarne i sentimenti, l’essenza. Per Domenico Failutti, il pittore dei due mondi, il ritratto era un registro verbale innato, intimo e personalissimo, capace di cogliere e rendere immortale forma e sostanza.

Questo figlio del Friuli vissuto a cavallo di due secoli che ha conosciuto e ritratto imperatori, re, regine ambasciatori e nobili, ha attraversato imperi destinati a dissolversi, varcato gli oceani e frequentato la Roma dei papi, mostrandosi con la semplicità di chi proviene da umili origini.

La copertina del libro
La copertina del libro

Un figlio dimenticato e poi riscoperto attraverso l’instancabile ricerca di Marco Chiavon che ora riaffiora dal passato in tutta la sua complessità nel volume “Domenico Failutti il pittore dei due mondi”, realizzato grazie alla caparbietà del gruppo ricerche storiche Aghe di poç.

«Nacqui il 1° giugno 1872 in quel di Zugliano da Carlo e Eurasia Modesti, umili agricoltori ma dotati di un nobilissimo cuore» scrive l’artista in un manoscritto del 1912 che apre il volume.

«Fin dai primi anni mi misi a scarabocchiare con carbone, gesso e colori, ogni cantuccio di muro, ogni superficie un po’ levigata di una pianta portava un mio scarabocchio: tutto per me era materia di studio» racconta ancora nella sua autobiografia che descrive l’infanzia in una famiglia di contadini e muratori dove crebbe fra lavori “campestri e domestici” verso i quali si dimostrò ben presto poco incline, coltivando la crescente passione per la figura umana che cominciò a ritrarre fin da bimbetto.

Per frequentare le scuole di disegno e sviluppare questa attitudine trovò il sostegno e l’appoggio di imprenditori e concittadini friulani. La sua giovane vita di apprendista falegname cominciò a cambiare quando il titolare dello stabilimento De Cecco a Pozzuolo presso il quale lavorava decise di finanziare i suoi primi studi alla Regia scuola d’arte e mestieri di Udine. Da lì passò all’Accademia di Belle arti di Venezia, dove fu lo stesso comune di Pozzuolo a sostenerlo con un sussidio triennale e poi fu il parroco di Zugliano don Paolo Foraboschi ad aiutarlo, quindi completò gli studi a Firenze.

Un percorso di formazione unito al talento che lo collocarono fra i più illustri ritrattisti contemporanei.

Il volume definisce la sua parabola esistenziale con l’intento di riscoprire questo artista, lodato dai giornali e dalle riviste dell’epoca, cui a Zugliano è stata anche intitolata una strada.

La preziosa autobiografia occupa la prima parte e dettaglia nomi e luoghi in cui ha soggiornato. È seguita dalla biografia scritta nel 1923 da Angelo Balbusso, uscita pochi giorni prima della morte di Domenico. La terza parte è il frutto di una certosina ricerca di documenti e immagini d’epoca che ci trasportano nel flusso di eventi e di emozioni che gravitarono intorno al “ragazzo di Zugliano” e ci permettono di intraprendere accanto a lui un viaggio immaginario nella sua vita. Quindi, un ricco corpus di opere, ritratti, affreschi.

Un flusso ininterrotto di immagini che ci aiuta a seguire le sue peregrinazioni in Ungheria, Austria, Francia, Germania, Romania, Serbia, Bulgaria, Russia, Svizzera, Montenegro, dove viene accolto dal re Nicola e dalla moglie come una celebrità. E poi a Roma, dove viene ricevuto da re Vittorio Emanuele III, ritrae il pontefice Pio X, come farà ancora con Benedetto XV e Pio XI.

Il suo breve ritorno, nel 1912, alla terra d’origine precede la partenza verso l’Argentina, l’Uruguay, gli Stati Uniti e poi il Venezuela e il Brasile. Apprezzato pittore, ritorna in Sud America da dove rientra solo nel 1922: il suo arrivo a Zugliano il 21 maggio viene accolto dalla banda e dal suono delle campane, rinnovate per l’occasione. Il suo testamento spirituale, eredità a una terra che gli è stata madre, lo scrive nella Cacciata degli angeli ribelli dal paradiso con la quale affresca il soffitto della chiesa di Zugliano.

La morte lo coglie, 51enne, la sera del 19 maggio 1923 nella palazzina risalente al sedicesimo secolo che sorge all’angolo fra via Mercatovecchio e vicolo Pulesi. Una scomparsa che suscita profondo cordoglio e alla quale partecipa anche sua santità papa Pio XI.

Poi, questo illustre figlio della Patrie viene inghiottito da un lungo periodo di oblio dal quale riemerge in tutta la sua poliedricità fra le pagine del libro. —

 

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