«Figli della roccia»: sui social il dolore della Carnia che guarda bruciare l’Amariana
Dalle parole del rapper Doro Gjat ai post dei cittadini e delle aziende: lo scatto emotivo di una comunità spinta dall'istinto di reagire contro la tragedia

Roccia e acqua. Sono questi i due elementi da cui partire per capire fino in fondo cosa significhi, per chi è nato e cresciuto in Carnia, vedere bruciare l'Amariana. Il racconto degli incendi, nell’anno 2026, passa anche dai social. E dalle immagini, dai video, dalle ricondivisioni, dai commenti sotto i post che mostrano cosa sta succedendo alla nostra montagna.
«Siamo figli della roccia», cantava Doro Gjat in Vai Fradi, uno dei brani in cui il rapper carnico rivendica più apertamente la propria identità. Probabilmente per alcuni sarà solo un’immagine musicale ma a leggere quei messaggi pare proprio l’istantanea di un tratto caratteriale di chi appartiene alla montagna.
Una frase che indubbiamente oggi suona diversa. Ce lo racconta Alessandro, trentenne tolmezzino, che per primo spiega cosa vuol dire vedere bruciare l’Amariana: «Roccia e acqua sono gli elementi che ci identificano come popolo. In un momento come questo, in cui non c'è più acqua, ci hanno tolto anche l'altra nostra sicurezza: la roccia».
Le sue parole sono quelle di tanti altri che, fuori casa, guardano il rosso fuoco che si staglia sullo sfondo nero: «Sono stato in diversi punti dove la gente si raccoglieva a vedere l'incendio», racconta ancora. «Vedevi la tristezza nei loro occhi».
Un sentimento che colpisce ancora di più perché, da queste parti, la tristezza difficilmente si esibisce. Sì perché c'è qualcosa di quella roccia anche nel carattere dei carnici, in quel piglio quasi imbronciato, in quella ritrosia a lasciarsi andare alle emozioni: davanti alle difficoltà è più naturale chiedersi cosa fare piuttosto che raccontare come ci si sente. È un carattere cresciuto nel lavoro di queste terre e di questi boschi, dove quando succede qualcosa bisogna rimboccarsi le maniche, trovare una soluzione, reagire.
«Come fare per fare qualcosa?», scrive qualcuno sotto un post del Messaggero Veneto. Eh, è una domanda da un milione di dollari. Mentre Vigili del fuoco, Protezione civile, volontari e mezzi aerei combattono le fiamme, anche tra i cittadini si muove la macchina della solidarietà: chi chiede dove rendersi utile, chi cosa portare, chi come dare una mano. Prima ancora di sapere se e dove servirà, l'istinto è quello: fare.
È uno spirito che in Friuli si è già visto nei momenti peggiori. Dopo il terremoto del 1976, quando dalle macerie partì una ricostruzione entrata nella memoria collettiva della regione. Dopo la tempesta Vaia, nell'autunno del 2018, quando interi versanti e boschi del Friuli Venezia Giulia furono abbattuti dal vento. E ancora nell'alluvione che nel novembre 2025 ha devastato parte dell'Isontino, provocando due vittime e costringendo centinaia di persone a lasciare le proprie case. Ogni volta, quasi subito, la domanda è stata la stessa: cosa possiamo fare?
Eppure, in queste ore, davanti al fuoco dell'Amariana, qualcosa di quel cipiglio sembra essersi sciolto. Prima della reazione, per una volta, è arrivato lo sgomento: la sorpresa di vedere una montagna conosciuta da sempre diventare irriconoscibile. E poi la tristezza, che si legge nelle persone ferme lungo le strade, nei capannelli che si formano dove si vede meglio il versante, negli occhi rivolti verso l'alto.
EMERGENZA INCENDI, TUTTI I NOSTRI APPROFONDIMENTI
Articoli, video e immagini per seguire l’emergenza incendi in Carnia.
Ma oggi quella tristezza non resta solo negli sguardi. È questo che si legge, in queste ore, scorrendo i social dalla Carnia: non un solo racconto, ma tanti piccoli frammenti dello stesso paesaggio, pubblicati uno dopo l'altro come se ricomponessero, pezzo dopo pezzo, la stessa montagna. In un tempo in cui il dolore si racconta prima ancora di essere elaborato, i social sono diventati il luogo dove la Carnia sta, collettivamente, guardando bruciare la propria montagna.
Tra le prime Goccia di Carnia ha deciso di affidare a una storia di Instagram un messaggio: «Queste immagini fanno male». Fa male, scrive, «vedere la nostra montagna e i suoi boschi in fiamme, la natura ferita, gli animali messi in pericolo». E fa male pensare «a chi vive e lavora in montagna, a chi in queste ore guarda il fuoco avvicinarsi con preoccupazione alla propria casa, alla propria azienda, al proprio territorio». «Noi nasciamo in questa terra. È casa».
«Dalla finestra vedo il cambiamento in corso, vedo la mia terra farsi scura in volto», scrive una ragazza, mostrando ciò che vede da casa. Un'altra ricorda un detto imparato da bambina: «Se l'Amariana a il cjapiel a ven la ploia», se l'Amariana ha il cappello, se una nuvola si posa sulla cima, arriva la pioggia. «Oggi l'Amariana non la vedo più, e non perché sia nuvoloso, ma perché sta bruciando e il fumo la sta avvolgendo».
Per chi vive nel fondovalle, l'Amariana è una presenza quotidiana. Domina Amaro, accompagna lo sguardo lungo le strade verso Tolmezzo e la Carnia. C'è chi la vede dalla finestra appena sveglio, chi ci passa sotto ogni giorno andando al lavoro, chi da bambino ne guardava la cima per capire che tempo avrebbe fatto. In queste ore quel profilo familiare è diventato una linea di fuoco, ed è proprio questo scarto, tra il ricordo di sempre e l'immagine di oggi, che tanti sentono il bisogno di mettere per iscritto online.
«Madre della Carnia. O dovrei chiamarti con il tuo nome, Amariana», scrive un'altra giovane lettrice, raccontando che da quando era bambina è la prima cosa che vede aprendo gli occhi, «una presenza saggia» che veglia su di lei, con i suoi boschi come un rifugio. Un altro carnico la chiama «La Mariane»: racconta di passarci sotto quasi ogni settimana e di essersi promesso, prima o poi, di raggiungerne la cima e toccare la Madonute. «È la montagna regina della Carnia, un simbolo di un territorio e di gente favolosa. Mi piange il cuore».
C’è chi sceglie la preghiera. Quella laica rivolta ai volontari che combattono le fiamme e chi quella cristiana come fa, in un tocco di modernità non scontata, la parrocchia di Cavazzo Carnico: «Mentre alziamo lo sguardo verso il Monte Amariana ferito e soffocato dal fuoco, ti chiediamo umilmente il dono della pioggia», una pioggia «benefica e abbondante», capace di spegnere le fiamme e rinfrescare la terra arsa. Nello stesso messaggio il pensiero va ai Vigili del fuoco, alla Protezione civile e a tutti gli operatori impegnati nelle operazioni.
Sotto l'Amariana, intanto, le persone continuano a fermarsi. Si guarda verso l'alto dalle strade, dai paesi, dalle finestre: ogni immagine porta con sé un ricordo di una passeggiata, una cima ancora da raggiungere, una vista conosciuta da sempre.
La pagina Vieni in Carnia lo scrive senza giri di parole: «Guardare l'Amariana bruciare fa male, a me viene da piangere». Per i carnici, continua il post, l'Amariana «non è soltanto una montagna: è parte di noi, di quello che da sempre abbiamo sullo sfondo delle nostre vite, è il nostro paesaggio, il nostro panorama, la nostra memoria».
E in mezzo a tutte queste parole continuano a tornare proprio loro: l'acqua e la roccia. L'acqua che non arriva. La roccia dell'Amariana, avvolta dal fumo.
L’acqua che non arriva. La roccia dell’Amariana, avvolta dal fumo.
I «figli della roccia», come canta Doro Gjat in Vai Fradi, in questi giorni stanno quasi tutti con gli occhi rivolti verso la stessa montagna.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








