Trasaghis, la reazione dopo la scossa: dai doni dei bambini al matrimonio tra Gianna e Noris

TRASAGHIS. «Caro signor sindaco di Trasaghis, siamo gli alunni della scuola elementare di Noventa Vicentina. Ci siamo commossi per la tragedia che ha colpito la sua terra. Tutti insieme abbiamo deciso di rinunciare ai nostri pochi risparmi per aiutare in qualche modo i bambini della frazione di Peonis».
Questa è solo una delle lettere che accompagnavano le donazioni arrivate, nell’estate 1976, nel municipio di Trasaghis. Dal 6 maggio alla fine del 1978, l’amministrazione ricevette 409.900.801 lire. In parte erano soldi risparmiati dai bambini che, è il caso degli alunni di Vinchiana (Lucca), decisero di rinunciare ai dolciumi. Gli studenti di diversi istituti superiori, invece, si autotassarono.
A queste si aggiunsero i 262 prefabbricati ricevuto dal re di Norvegia che, nel novembre ’76, consentì di inaugurare, proprio a Trasaghis, uno dei primi villaggi provvisori.
In quell’estate erano proprio le piccole cose a risollevare gli animi dei terremotati. Nella frazione di Oncedis il matrimonio, il primo celebrato nel comune di Trasaghis dopo il sisma, tra Gianna Nodari e Noris Zilli, divenne un evento.
Nel corso della cerimonia celebrata in friulano, don Giulio e don Santo sottolinearono che quella era la festa di tutto il paese che partecipava alla gioia e a una testimonianza di amore. Era il 4 luglio e don Santo si soffermò sul significato che assumeva l’allegria propria di una cerimonia nuziale in un contesto di tristezza provocato dal terremoto.
«Dev’essere - ripetè il sacerdote - un punto di partenza per tanta felicità per tutti». Noris e Gianna si giurarono amore eterno davanti a un altare all’aperto.
A richiamare anche l’attenzione della stampa su quel «sì» tra terremotati, fu Maria Pia Ranieri, un’infermiera volontaria giunta dall’ospedale di Chiari. Era, come scriveva Giampaolo Carbonetto sulle pagine del Messaggero Veneto, «il capocampo che cercava di tenere a bada tutto staccandosi sempre di più dal lavoro vero e proprio per responsabilizzare al massimo gli abitanti in vista del giorno in cui rimarranno soli».
La volontaria descrisse i giorni faticosi dell’emergenza. Difficoltà aggravate dall’assenza dei servizi. Nel 1976 a Oncedis il telefono non era ancora arrivato. «I primi giorni - rivelò - furono davvero brutti, giunsero solo i viveri, ma di tende e di altri generi di conforto ancora non si parlava. Poi, un po’ alla volta, tutto si è sistemato. Arrivarono tende, cucine e frigoriferi». Da una quindicina di giorni, ogni famiglia di Oncedis riceveva i viveri e cucinava autonomamente.
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