Si ritira un mito, re Giorgio Di Centa

A quasi 45 anni il carabiniere di Paluzza lascia l'agonismo. "Resto a dare consigli ai giovani"

AURONZO. Giorgio Di Centa ha annunciato il ritiro dall’agonismo. Il 7 ottobre compirà 45 anni...

Giorgio, è più facile vincere un’Olimpiade o decidere di smettere?

«Eh..., è più facile decidere di smettere, ma nel mio caso si è trattato di una decisione rimandata sempre a lungo perché ho sempre avuto il riscontro fisico-atletico. Comunque non è stato facile perché valeva la pena continuare. Adesso mi ero spento anche dentro».

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La spinta per continuare arrivava di più dalle vittorie o dalle endorfine sviluppate?

«Da entrambe. Ma mettevo sempre davanti i risultati: questa è stata la spinta. Nell’ultimo anno ho ottenuto buoni risultati ma non accedere al mondiale perché fuori età, perché si puntava sui giovani... Mi è dispiaciuto vedere che nella 50 km sono partiti in due».

Pensavi a un’altra Olimpiade?

«Era possibile, ma ho smesso e non voglio strascichi».
Brigadiere Di Centa, a ottobre saranno 45 anni...

«Ho cominciato a 6 anni, quindi sono quasi 40 di agonismo. A 17 anni sono entrato nel centro sportivo carabinieri. Avendo il papà maestro di sci non avevo grandi scelte. Ero nato in un periodo in cui lo sport era limitato a certe discipline, specie a casa mia. Oggi i ragazzi hanno molta più scelta».

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Con un “motore” così potevi fare anche altro?

«Non lo so. Sono felice e contento di questa strada anche se si tratta di uno sport molto complicato per tanti fattori: i materiali, l’inverno, la salute che dev’essere sempre al top. Io soffro d’asma e questa è stata la causa positiva: l’ambiente pulito, fresco. All’epoca c’erano poche cure».
L’asma. Sembra quasi impossibile...

«Soffro di asma allergica, non da sforzo. Tuttora devo curarmi. Nel mio caso, fare sport mi aiuta a stare meglio: polmoni aperti, funziono meglio come macchina».

Una vita da atleta, ma anche da papà e marito.

«Quattro figli e una moglie che ringrazio per avermi supportato. Il piccolo ha 10 anni, la grande ne ha 20 e studia all’università. Lo sport gliel’abbiamo trasmesso a tutti».

In quasi mezzo secolo qualcosa sarà cambiato in questo sport?

«Adesso è più difficile perché c’è una crisi globale su quello che può essere dato a un atleta per essere al top. Mancano i fondi, i soldi. Dalla categoria giovani in su è tutto sulle spalle delle famiglie per le spese; qualcosa fanno le società, ma se non c’è famiglia che sprona e sponsorizza, specie dai 15 anni in su, diventa impossibile continuare. Una volta gli arruolamenti avvenivano dai 17 anni in poi, erano molti e davano tante possibilità. Adesso ciò avviene soltanto per chi dimostra di andare fortissimo, ma ci sono atleti che lo dimostrano a 20 e 22 anni e quindi senza i corpi militari si smette. È il grande bivio delle famiglie: gli alberghi costano durante le gare... Eccetera eccetera....».

Per te così non è stato?

«Non ho avuto questi problemi, sono stato fortunato. Andavo forte e ho sgravato la mia famiglia da questo peso».

Ecco, andavi forte. Cioè?

«In primis c’è la fortuna genetica, il motore dentro di sè: questa non si compra, ma è soltanto la base. Poi subentra la voglia di fare, di sacrificarsi. Tutto è legato alla mente, alla testa. Voglia di combattere, di fare fatica, mettersi in gioco anche dopo le sconfitte, gli infortuni».

Non sono tutti così...

«Tanti atleti hanno la testa ma non il motore, e viceversa. Posso dire che se non avessi avuto l’asma sarei stato ancora più forte, ma questo mi ha insegnato la sofferenza sin da bambino. Convivere con uno sport di estrema fatica è stato determinante».

Un tempo a 45 anni poliziotti e carabinieri andavano in pensione...

«Già... Invece ci andrò minimo a 55 anni. Un tempo ci sarei andato da atleta. Ma sono tecnico materiali al centro sportivo di Auronzo, al momento ufficialmente ancora sotto l’ala di quello di Selva di val Gardena, ma stiamo crescendo come numero dopo l’unione Cc-Forestale per tutto lo sci nordico».

Tecnico materiali e altro, ma un grande consigliere per i giovani?

«Senz’altro. Ciò è già avvenuto in questi anni, spiegando che questo è uno sport dove non si può pretendere tutto e subito. Per sacrificio intendo stile di vita di un atleta, comportamento, cura del corpo per avere migliore risposta energetica. Sembra una banalità, ma ad alto livello non lo è».

Nessun rimpianto?

«Nessuno. Forse l’asma: i pneumologi dicevano che sarei potuto andare ancora più forte senza l’asma».

Il tema doping?

«In Italia siamo un esempio di severità, forse i migliori in Europa. Pochi i casi negli ultimi anni. Sarebbe bello fosse adottato lo stesso schema in tutti i Paesi per uniformare la severità. Penso al ciclismo: al Giro l’ultimo giorno 5 atleti combattevano per la maglia rosa. Questo aiuta a pensare positivo: se la sono giocata sul filo dei secondi».

Non c’eri al Giro?

«Volevo approfittare della tappa di Piancavallo per annunciare la decisione del ritiro, ma non è stato possibile. Ne approfitto adesso, ringraziando in generale chi mi ha sempre spinto con entusiasmo anche in tv o sulle piste, con il tifo. E chi mi vuole bene...».

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