Un gigante ambasciatore del Friuli

Si ritira un gigante dello sport italiano, mondiale. Un orgoglio del Friuli. Se lo ricordino bene i politici di turno, sempre pronti a cavalcare “la tigre” quando c’è da mettere al collo medaglie o festeggiare quelle medaglie nate dal sacrificio, dalla fatica e soprattutto dal talento.
Se lo ricordino quando devono varare piani per la sensibilizzazione nelle scuole alla pratica sportiva, al benessere, alla cultura e via dicendo. Questi sono i campioni da mandare nelle scuole a insegnare tutto questo. E quindi, per celebrare, s’intende in punta di piedi e con una certa emozione, un campionissimo dello sport del calibro di Giorgio partiamo con un invito: non disperdiamo il patrimonio lasciato da questi campioni.
Giorgio Di Centa, intelligente anche per la modestia che lo ha sempre caratterizzato, si metterà nell’ombra ad aiutare il boccheggiante settore dello sci di fondo a risalire la china e riagguantare il posto che merita, quello tra i grandi, tra i paesi scandinavi. Perché il 44enne di Paluzza, fratello di Manuela, cugino di Venanzio Ortis, tra i grandi l’Italsci, quelli stretti che sanno di fatica e un po’ anche magia, l’ha portata per oltre un decennio. Argento in staffetta alle Olimpiadi del 2002, medaglie mondiali e poi quel capolavoro targato Torino 2006. Indimenticabile. La staffetta olimoica dominata dagli azzurri e, una settimana dopo, la vittoria nella 50 km.
Andate su youtube a rivedere quello sprint regale. Lui, il bambino tormentato dall’asma che faceva andare quei polmoni come un turbocompressore Ferrari (quella della nuova era) sul rettilineo di Monza.
Li ha distrutti tutti allo sprint Giorgio quella domenica, facendo impazzire in un colpo solo tutta l’Italia e la Carnia che il lui ha visto la sintesi perfetta di cosa vuol dire nascere in quelle valli. Fatica, umiltà, grinta da vendere e poi? Diciamolo: talento. Ne aveva Manuela, ne aveva Giorgio, ne aveva il cugino Venanzio e, perché no, guardando al di là del Bût ne ha, e da vendere anche se ultimamente è un po’ sbiadito, Alessandro Pittin.
Sarà l’aria, chissà saranno i mirtilli dello Zoncolan, quella è la valle dei campioni. E l’urlo? Ve lo ricordate l’urlo di re Giorgio? Tagliato il traguardo tirò un urlo e si gettò a terra esausto. Solo quel finale di Pragelato a Torino 2006 andrebbe insegnato nelle scuole. E quanto scommettete che, sotto le cure di “re Giorgio” (e della “cugina” Gabriella Paruzzi) presto qualche campione azzurro rispunterà tra gli sci stretti?
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