L’ex calciatore che “studia” il peso dei gol nell’economia

PORDENONE. Da Pordenone a Bangkok. Passando per Copenaghen e la Tanzania. Dai gol allo stadio Bottecchia allo studio di quanto un gol possa incidere sulle strategie di una multinazionale.
Come può cambiare la vita di un giovane, anche a causa del destino avverso, presentatosi sotto forma di un virus polmonare, incontrato e vinto dopo due mesi di ospedale.
All’epoca non aveva nemmeno vent’anni, ora ne ha 25, appena compiuti, Matteo Zardini: di quel virus non c’è più traccia, ma nel frattempo la sua vita ha mutato volto.
Talento. Era uno dei talenti più promettenti del nuovo Pordenone, rinato nel 2003 dalle ceneri del Don Bosco. E a suon di gol e titoli (nel 2008 con Claudio Salvadori in panchina gli allievi neroverdi riaprirono l’epopea di successi a livello regionale) si conquistò la chiamata in prima squadra, in serie D.

«Mi volevano il Brescia e il Bassano – rivela Zardini –, ma il richiamo della maglia della mia città era troppo forte». Quindi il passaggio per maturare nel Fontanafredda in Eccellenza: 4 gol nelle prime tre giornate, con tanto di tripletta nel derby col Sarone. Ma dietro l’angolo c’era un male misterioso.
«Persi chili – ricorda Zardini –, dovetti stare per due mesi in ospedale, ovviamente senza frequentare la scuola (liceo classico Don Bosco), proprio nell’anno della maturità. Quando mi ripresi, dovetti ricominciare tutto gradualmente. Ma qualcosa dentro di me cambiò: la mia vita era un’altra».
Solidarietà. Quando il Pordenone, che ne deteneva ancora il cartellino, lo richiamò, si senti rispondere: «Grazie, ma la mia nuova “squadra” si chiama università». Veloce è stata la laurea triennale in Economia alla Cattolica di Milano.

Ma a sorpresa, quando il padre Stefano (imprenditore ed ex dirigente del Pordenone) gli chiese la meta del classico viaggio di laurea, si sentì rispondere Arusha, città della Tanzania settentrionale, ai piedi del Kilimangiaro. Niente oasi turistiche, ma volontariato.
«Aiutavamo – racconta Zardini – persone disagiate nelle loro attività, chiamiamole commerciali. Ovvero a sistemare i prodotti nelle bancarelle e a gestire meglio le loro risorse. Ho vissuto per due mesi in una casa senza elettricità, senza acqua e senza comodità. Ma è stata l’esperienza più bella della mia vita. E che gioia quando abbiamo fatto scoprire l’utilità del frullato (in quelle zone la frutta abbonda), nei periodi di scarsità di latte».
Orgoglio. Zardini si è meritato l’accesso alla business school di Copenaghen. «In Danimarca sembra tutto perfetto: niente corruzione, assistenza sociale elevata, rispetto dell’ambiente, ingorghi di biciclette e non di auto. Eppure c’è quel clima d’inverno, con la poca luce che sparisce dopo qualche ora, che influisce troppo sull’umore».
Così, dopo il primo anno di specializzazione, ecco il richiamo di un’ulteriore esperienza di studio all’estero. «Volevo un Paese totalmente diverso: ho scelto la Thailandia». Bangkok è il presente.
È una tesi in fase di ultimazione. È la collaborazione con una società italo-inglese che gestisce i diritti d’immagine di alcuni campionissimi dello sport come Kakà, Danilo Gallinari e Federica Pellegrini. «Ma un domani – spiega Zardini – il mio desiderio sarebbe di lavorare per una multinazionale dell’abbigliamento o del cibo».
A Pordenone «ci torno quando posso, come in questi giorni, prima di ripartire per Bangkok. Mi mancano i miei affetti. Non ho mai pensato come alcuni miei coetanei che Pordenone sia noiosa. Anzi, penso si viva benissimo e sia sottovalutata. E io orgogliosamente mi sento pordenonese».
In un momento più di altri? «Ero all’estero quando abbiamo ospitato l’adunata degli alpini. Tutti parlavano della mia città. Mi si è gonfiato il petto».
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