Delitto Regeni: due arresti fra dubbi e smentite. La salma sarà sabato a Roma per l'autopsia

A riferirlo è una fonte della sicurezza al Cairo: "E' stato un atto criminale". Ma dalle autorità nessuna conferma. L'ambasciatore Massari a una cerimonia nella cappella dell'ospedale italiano nella capitale egiziana: "Oggi siamo tutti Giulio". Roma: vogliamo la verità. Casini: siamo di fronte a un tentato depistaggio

UDINE. Arriverà sabato alle 13 nello scalo aeroportuale di Fiumicino, proveniente dal Cairo, la salma di Giulio Regeni, il ricercatore universitario friulano trovato morto in Egitto due giorni fa.

Sarà il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ad accogliere la salma e i familiari del 28enne di Fiumicello. Il corpo sarà poi trasferito nell'istituto di medicina legale La Sapienza dove sarà eseguita l'autopsia, disposta dalla procura di Roma che indaga per omicidio volontario.

Arrestati due sospetti

Fonti della sicurezza hanno annunciato di aver fermato due persone, parlando ancora una volta di «atto criminale» ed escludendo che «l'omicidio abbia riferimenti terroristici o politici». I dettagli della vicenda, però, non sono stati forniti. «Ci vorrà tempo», è stato rimarcato dalle autorità egiziane.

E' poco rispetto alla pressione con cui sia Roma che Bruxelles chiedono chiarezza, con il presidente del Senato, Pietro Grasso, con il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, con quello degli Esteri, Paolo Gentiloni e con quello dell’Interno, Angelino Alfano: «Dal Cairo ci aspettiamo la massima collaborazione», affermano tutti.

E fino a tarda sera gli investigatori italiani dello Sco, del Ros e dell'Interpol arrivati al Cairo non avevano avuto alcuna conferma dei due fermi.

Arresti che, comunque, non bastano a spazzar via le ombre sul coinvolgimento nel caso delle forze di sicurezza locali, che da tempo si segnalano - come al tempo di Hosni Mubarak - veicolo di feroce repressione della dissidenza.

L'ambasciatore: "Oggi siamo tutti Giulio"

E nella camera mortuaria attigua alla chiesetta dell'ospedale italiano al Cairo, la madre di Regeni, Paola Deffendi, ha tenuto a lungo le mani sulla salma del figlio. Accanto ai genitori, al primo dei banchi della chiesa dove si è svolta la benedizione della salma, c'erano l'ambasciatore d'Italia al Cairo, Maurizio
Massari, con la consorte.

Il diplomatico ha pronunciato un breve discorso in cui, fra l'altro, ha affermato: «Oggi siamo tutti Giulio» Regeni. Si è appreso inoltre che all'incontro hanno partecipato funzionari dell'ambasciata, dipendenti dell'ospedale e pochi esterni.

Fra gli altri era presente il vescovo di Giza, il copto Antonius Aziz, mentre l'informale omelia (non è stata celebrata una vera messa) è stata pronunciata da padre Mamdua. Al termine della benedizione la madre di Regeni lo ha ringraziato auspicando che le «stesse parole» vengano usate nel funerale che si terrà in Italia.

All'esterno è stato notato un massiccio dispiegamento di forze dell'ordine accresciuto da uomini della sicurezza in borghese.

È dall’esame di un corpo straziato dalla violenza che si attendono le risposte su come sia stata spezzata la vita di Giulio Regeni.

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Le indagini

Un omicidio sul quale i massimi vertici italiani chiedono immediata chiarezza e che sta mettendo a dura prova le relazioni diplomatiche tra l’Italia – uno dei principali alleati del presidente egiziano al-Sisi, che con il premier Matteo Renzi ha un rapporto personale – e l’Egitto.

Troppi misteri irrisolti e l’ombra delle “squadracce”

Tanto che scatterà un’indagine congiunta e oggi è volata al Cairo una squadra di sette esperti tra polizia, carabinieri e Interpol ad affiancare gli inquirenti locali. Questa è la parte istituzionale, il rischio che s’incrinino rapporti bilaterali. Poi c’è il dramma umano, di una famiglia cui è stato strappato un figlio.

Sì, strappato, perchè sullo studente friulano qualcuno si è accanito con forza e brutalità. Lo ha confermato Hosam Nassar, direttore della Procura di Giza dopo aver osservato le condizioni della salma di Regeni all’obitorio di Zeinhom dove, ieri, sono arrivati anche papà Claudio e mamma Paola che, accompagnati dall’ambasciatore italiano Maurizio Massari, hanno dovuto sopportare anche lo strazio del riconoscimento del cadavere del figlio e attendere ore per vederlo.

Nassar ha parlato di «una morte lenta» per lo studente friulano che presentava evidenti segni di tortura, bruciature di sigaretta sul corpo, ferite da coltello sulle spalle, naso, orecchie e volto, oltre a una serie di ecchimosi sugli occhi a indicare che è stato anche preso a pugni.

Il procuratore del Cairo, Ahmed Nagi, ha poi aggiunto che il corpo di Regeni è stato trovato nudo dalla cintola in giù. Ammissioni che smentiscono la prima versione ufficiale, diramata da Khaled Shalabi, direttore del dipartimento investigativo di Giza che aveva sostenuto come non ci fosse alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane e che «le indagini preliminari parlano di un incidente stradale».

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Un’ipotesi avvalorata soltanto dal fatto che il cadavere di Regeni fosse stato trovato in un fosso lungo l’autostrada che collega la capitale egiziana ad Alessandria, ma che le autorità italiane non hanno affatto gradito. Tanto che su indicazione del ministero degli Esteri Paolo Gentiloni, il segretario generale della Farnesina, Michele Valensise, ha convocato l’ambasciatore egiziano in Italia «per esprimere lo sconcerto del Governo» chiedendo allo stesso tempo «la massima collaborazione» al Cairo, l’avvio «immediato di un’indagine congiunta con la partecipazione di esperti italiani» e che il corpo del giovane Regeni, trasferito all’ospedale italiano Umberto I del Cairo, sia al più presto rimpatriato.

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Il tabellone elettronico della Camera certifica che l'Aula approva con 367 sì, 194 no e cinque astenuti, il disegno di legge Boschi di riforma della Costituzione, Roma, 11 gennaio 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Il Governo italiano: vogliamo la verità

E mentre l’ambasciatore egiziano Amr Mostafa Kamal Helmy condannava apertamente «i responsabili di questo atto criminale», smentendo Shalabi e la teoria dell’incidente stradale, a Londra Gentiloni, a margine della conferenza internazionale sulla Siria, incontrava il suo omologo egiziano, Sameh Shoukry chiedendo, per poi ottenerlo, il via libera all’inchiesta congiunta.

«Pensiamo sia doveroso – ha spiegato Gentiloni – non soltanto restituire il cadavere, ma anche consentire alle nostre autorità di collaborare nelle indagini. Lo dobbiamo sia al nostro Paese che alla famiglia».

Il Governo italiano, dunque, vuole la verità e capire se Regeni sia stato vittima di sequestratori criminali oppure degli apparati di polizia dello Stato egiziano. È stato lo stesso Renzi, poi, a chiamare al-Sisi chiedendo a gran forza «pieno accesso ai nostri rappresentanti per seguire da vicino, nel quadro dei rapporti di amicizia che legano Italia ed Egitto, tutti gli sviluppi delle indagini per trovare i responsabili di questo orribile crimine ed assicurarli alla giustizia».

Da Mattarella a Renzi e Serracchiani: vogliamo subito la verità

Un pressing politico e diplomatico che ha fatto capitolare il presidente egiziano il quale, in serata, ha confermato di aver dato mandato al ministero dell’Interno e alla Procura generale di «perseguire ogni sforzo per togliere ogni ambiguità» e «svelare tutte le circostanze» della morte di Regeni, oltre ad autorizzare l’arrivo in Egitto degli esperti italiani che atterreranno al Cairo oggi.

Si muove anche a Procura di Roma

In parallelo alla politica, però, si è mossa anche la magistratura. La Procura di Roma, infatti, in mattinata aveva avviato le verifiche del caso per capire se ci fossero le condizioni per aprire un’indagine e per quali ipotesi di reato. Dalle verifiche si è poi passati ai fatti con l’apertura di un fascicolo per omicidio. L’indagine contro ignoti è stata affidata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone al pm Sergio Colaiocco.

L’inchiesta romana si muoverà in parallelo a quella aperta in Egitto dove ieri gli inquirenti locali hanno ordinato di ascoltare gli amici più stretti al Cairo di Regeni a partire da coloro che lo hanno sentito per ultimi prima che lasciasse la sua abitazione nella serata del 25 gennaio. Lo studente friulano è uscito dalla sua casa di Dokki – la stessa in cui hanno dormito in questi giorni i genitori una volta arrivati al Cairo e situato in un quartiere della capitale giudicato non pericoloso – diretto a Bab Al Louq, sulla sponda opposta del Nilo.

Lo separavano poche fermate di metropolitana dall’appuntamento con un amico. Regeni, però, non è mai arrivato a destinazione. È sparito nel nulla, senza lasciare tracce.

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Chi ha provato a chiamarlo, ha sempre trovato il suo cellulare staccato. Nei giorni successivi all’annuncio della sua scomparsa da parte della Farnesina si era anche mobilitato il web lanciando su Twitter la campagna #whereisgiulio. Una mobilitazione cui hanno aderito in migliaia. Purtroppo Inutilmente.

Fiumicello attende il rientro della salma

Telefoni muti o che squillano a vuoto, nessuna comunicazione ufficiale o fatta trapelare: Fiumicello si è chiuso nel silenzio. D'altronde, il sindaco, Ennio Scridel lo aveva annunciato, dopo aver manifestato molta disponibilità: «Da venerdì non interverremo più, ci rivediamo domenica per la fiaccolata».

È stato di parola. Nemmeno l'improvvisa notizia del rientro della salma, programmata per sabato, a Roma, con largo anticipo su quanto si prevedeva nella Bassa Friulana, convince a rompere il muro di silenzio.

Soltanto l'assessore all'Istruzione, Bruno Lasca (marchigiano e non friulano), risponde al telefono, ma per esprimere sorpresa nell'aver appreso dell'arrivo della salma (e dunque dei genitori) e per sottolineare che bisognerà in qualche modo organizzare una accoglienza per la famiglia.

Ma oggettivamente, le notizie sono poche e frammentarie, il sindaco è in contatto con la prefettura di
Udine e, sembra, anche con la Presidenza del Consiglio, per capire tempi e luoghi. Ma forse occorrerà necessariamente attendere l'arrivo all'aeroporto Leonardo da Vinci e il trasferimento a La Sapienza per gli esami autoptici.

L’ultimo messaggio di mamma Paola: “Ho il cuore spezzato”

Conclusi questi (sabato ma forse anche lunedì), solo dopo il nulla osta del magistrato il corpo di Giulio potrà fare rientro in Friuli, e con esso i genitori Claudio e Paola. In aereo fino all' aeroporto di Ronchi dei Legionari, oppure via terra, con un viaggio di almeno sei ore. È invece unanimemente confermata la proclamazione del lutto cittadino per domenica.

Alla messa del mattino si parlerà inevitabilmente della tragedia che ha colpito tutti i cinquemila abitanti del paese. Poi, la fiaccolata nel pomeriggio, alla quale qualcuno spera possano partecipare gli stessi genitori, nonostante i tempi stretti e lo spirito di questi.

Né Claudio né Paola sono nati qui, entrambi vengono da comuni distanti pochi chilometri, ma a Fiumicello ci vivono da tanti anni e si sono integrati molto bene. Non è un caso se nell'ultimo messaggio inviato dall' Egitto a un amico, proprio Paola si preoccupava del dolore che la tragedia di Giulio causava alla comunità.

Tra le persone che la signora Paola ha contattato c'è anche Fabio Luongo, ex compagno di scuola di Giulio, rimasto suo amico nel tempo, per capire il tipo di collaborazione tra il figlio e il quotidiano il Manifesto, come ha detto lui stesso.

Casini: tentato depistaggio, Italia sia inflessibile

«Una cosa è chiara: non possiamo accettare la manipolazione della verità e la manipolazione c'è già stata perché nel giro di una giornata fonti egiziane, attribuibili ad autorità diverse, hanno dato versioni diametralmente opposte.

E proprio alcune di queste spiegazioni, artatamente fuorvianti, inducono l'Italia ad essere inflessibile. Il Presidente Mattarella e Renzi ieri sono stati espliciti. Sconti non ne possiamo fare».

Lo ha detto Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato. «Siamo in presenza di un tentativo di depistaggio - continua Casini - e la comprensione che va ad un Paese martoriato dalla minaccia terroristica come l'Egitto, bastione importante contro il proliferare dell'Isis, non ha nulla a che vedere con quello che è capitato.

Noi vogliamo che sia fatta chiarezza a 360 gradi, perché non possiamo accettare che la vicenda che ha portato alla morte di un nostro connazionale, un bravo ragazzo che si trovava al Cairo per fare una tesi sul diritto del lavoro, possa restare impunita».

«Giulio Regeni - conclude - è espressione di una generazione, di quei nostri figli che si impegnano e vanno all'estero a studiare che sono veramente l'immagine migliore dell'Italia».

Le reazioni in Europa

«L'Unione europea è al fianco dell'Italia per cercare di far sì che la massima collaborazione sia garantita dalle autorità egiziane e si faccia la massima chiarezza sulle responsabilità e la dinamica» dell'omicidio
Regeni, un caso che «ha sconvolto tutti noi, non solo italiani ma europei». Lo dice Federica Mogherini. Indicando di «aver parlato del caso col ministro degli Esteri Shokry, a Londra» assicura che la Ue è «pronta fare tutto quanto in suo potere sul piano diplomatico ed anche delle relazioni personali».

La morte al Cairo dello studente Giulio Regeni è una «vicenda veramente orribile» e il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha voluto sottolineare che «le prime parole sono di vicinanza alla famiglia e agli amici che sono molti».

Ad Amsterdam per il consiglio informale dei ministri della Difesa, Pinotti ne ha parlato con il collega degli Esteri Paolo Gentiloni: «L’Italia - ha detto - ha chiesto un’indagine congiunta e sono già partiti i nostri carabinieri, le forze di polizia e Interpol, perchè è fondamentale sapere la verita. Ci aspettiamo in questo senso la massima collaborazione da parte dell’Egitto».

E sabato sit-in degli amici al Cairo

Una pagina Facebook nota fra gli amici di Regeni ("The Januarians"») ha annunciato che «ci raduneremo con fiori per Giulio questo sabato, fuori dell'ambasciata italiana, alle 16» ora locale (le 15 in Italia) al Cairo. «È stato rapito, torturato e ucciso come molti altri egiziani», si afferma nel testo che comincia con la frase: «Giulio
Regeni è un di noi».

Un amico: Giulio non è andato a quella manifestazione

Secondo quanto riferisce un amico di Regeni all’agenzia Efe, il 28enne non ha partecipato a una manifestazione contro il regime a Giza il 25 gennaio, prima di dirigersi verso l’appuntamento nel centro del Cairo con un conoscente, al quale non è mai arrivato.

Questa versione smentisce alcune notizie circolate in questi giorni. Sempre a parere dell’amico sentito da Efe,
Regeni non pubblicava articoli sul giornale "Il Manifesto" con uno pseudonimo per paura o perché si sentiva minacciato, ma per precauzione.

Il giovane, sempre secondo questa versione, non aveva una relazione speciale con gli attivisti oppositori egiziani, ma aveva con loro niente più che la relazione professionale dovuta alla tesi di dottorato che stava scrivendo in Egitto.

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