Troppi misteri irrisolti e l’ombra delle “squadracce”

Il luogo del ritrovamento dista 30 chilometri dalla metro che prese quella sera. Nel giorno della scomparsa arresti e perquisizioni anche da parte di paramilitari

UDINE. Tanti, troppi misteri e lati oscuri avvolgono, ancora, gli ultimi giorni, se non ore, di vita di Giulio Regeni. Dal momento della sua scomparsa, lunedì 25 gennaio, a quello del ritrovamento del cadavere, ai margini dell’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria, è un susseguirsi di incongruenze e nodi irrisolti che il team misto italo-egiziano incaricato di eseguire le indagini dovrà provare a sciogliere.

Le tracce dello studente friulano, infatti, si perdono attorno alle 20 di quel maledetto lunedì di quasi due settimane fa. Giulio esce dalla sua abitazione nel quartiere di Dokki, sulla sponda occidentale del Nilo, diretto a Bab Al Louq, sulla riva opposta dell’immenso fiume.

Lo aspetta qualcuno, dietro piazza Tahrir, come spiega Amr Assad, un amico egiziano a cui Regeni invia un sms. Il dottorando di Cambridge sale sulla linea numero 2, ma non scende né alla fermata di Sadat, né a Mohamed Naguib, cioè quelle più vicine a Bab Al Louq. Semplicemente sparisce nel nulla. Amr Assad prova a chiamarlo, ma il suo cellulare risulta spento.

E il giorno dopo, un altro amico, quello che aspettava Regeni all’uscita della metropolitana, lo avvisa che all’appuntamento, l’italiano, non si è mai presentato e che il suo telefono è rimasto sempre staccato. È scomparso, tra l’altro non in un giorno qualsiasi per l’Egitto. Quel 25 gennaio cadeva il quinto anniversario della fine politica di Hosni Mubarak e il nuovo rais egiziano, al-Sisi aveva sigillato la città e il Paese per impedire che la ricorrenza si trasformasse in un’occasione per contestazioni di piazza contro il suo regime.

Non soltanto, però, perchè come non fossero state sufficienti le oltre 5 mila perquisizioni arbitrarie effettuate la domenica per mettere a tacere gli eventuali oppositori, in quel lunedì vengono arrestate 75 persone – ma secondo le organizzazioni per i diritti civili sarebbero molte di più – che criticavano l’ex generale diventato presidente.

Il sospetto che aleggia, quando la Farnesina una settimana dopo lancia l’allarme sulla sua scomparsa, è che anche Regeni sia finito nelle mani della polizia o degli squadroni di paramilitari utilizzati dal Governo quando si tratta di “menare le mani” senza troppi complimenti.

Gli egiziani, però, negano di averlo – in carcere o in ospedale – promettendo il massimo impegno per ritrovarlo. E alla fine, dopo giorni di angoscia, il corpo del friulano viene notato in un fosso, ai margini della “Desert Road”, l’autostrada che collega la capitale con Alessandria, nella municipalità della “Città del 6 ottobre”, privo di vita, per di più con evidenti segni di tortura in tutto il corpo.

E qui si innesta un altro dei misteri più intricati di questa storia. La “Città del 6 ottobre”, infatti, dista più di 30 chilometri dalla stazione di Bohooth e dal quartiere di Dokki ed è pure situata in direzione diametralmente opposta rispetto a Bab Al Louq dove Regeni aveva appuntamento con un amico. Come avrebbe attraversato, poi, una megalopoli immensa come il Cairo considerato pure che l’ultima fermata della linea 2 della metropolitana, in quella zona, si trova a El Mounib, da tutt’altra parte e comunque a oltre 20 chilometri di distanza dall’autostrada? Domande, tante e pesanti, a cui l’Egitto, ma anche l’Italia, hanno il dovere di rispondere.

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