Cavasso, geologi e architetti nelle borgate per salvare le case storiche

CAVASSO NUOVO. La torre del castello era caduta in strada. Il municipio, la casa di riposo e l’ambulatorio medico erano inagibili. Al sindaco di Cavasso Nuovo, Aldo Chittaro, bastarono questi pochi elementi per capire che il terremoto aveva lasciato solo distruzione.
La sera del 6 maggio 1976, il sindaco rientrava da Arba in auto. «A Colle vidi un lampo e pensai a un temporale anche perché la giornata era stata caldissima, ma dopo cinque, sei secondi l’auto sobbalzò. Fu allora che mi resi conto che si trattava del terremoto».
Il suo racconto si ferma a Cavasso, dove cercò subito la moglie che sapeva impegnata in una seduta di commissione consiliare. «In quell’istante vennero verso di me due persone in assoluto silenzio, fu terribile. Quel silenzio parlava più delle parole».
Il sindaco trascorse la notte tra la sua gente e il mattino seguente il suo pensiero andò verso le frazioni. «Mi sconsigliarono di partire in auto, le strade erano impercorribili. Ci incamminammo a piedi. Passammo davanti alla casa di mio suocero, aveva 78 anni ed era già sul tetto a mettere a posto le tegole».
Concluso il giro di ricognizione, Chittaro chiese aiuto alla Prefettura. Poco dopo si congratulò con i militari della brigata Manin di Aviano che, a poche ore dal sisma, erano già nella zona terremotata con tende e cucine da campo. «Allestimmo la tendopoli e assegnammo i posti letto alle famiglie».
Nonostante i suoi quasi 90 anni, Chittaro ricorda perfettamente quei giorni, compreso l’arrivo di «un gruppo di giovani da Orsago. Volevano aiutarci, si fermarono un mese». Il sindaco ripercorre quei giorni e, con il senno di poi, riflette sul fatto che, allora, i Comuni si «trovarono a gestire l’emergenza senza niente. Era disarmante».
I problemi da risolvere erano molti a partire da quelli geologici. «Gli edifici costruiti nei terreni non omogeni erano distrutti. Nella frazione di Orgnese effettuammo un carotaggio a 150 metri di profondità per capire come mai una zona era rimasta intatta, mentre l’altra era distrutta».
La legge 17 era stata approvata e la gente aveva fretta di rimettere a posto le case. «Il 15 settembre il Comune aveva già pagato 700 milioni di lire. Vennero vanificati». Il giorno in cui la terra tornò a tremare, Chittaro stava illustrando all’assessore regionale, Adriano Bomben, le sue preoccupazioni sulle condizioni della scuola. «Avevamo 100 ragazzi da accogliere, si trattava di garantire l’anno scolastico».
Ci fu un fuggi fuggi generale e ancora oggi Chittaro si rammarica per non aver salutato l’assessore. «Dalla collina vidi sollevarsi una nube di polvere e una casa nuova aprirsi in due. Metà dell’edificio appoggiava sulla roccia, l’altra metà sul terreno molle». Seguì la scelta dei prefabbricati. Cavasso optò per i modelli svedesi, ma il contratto saltò perché il produttore non accettò di versare la cauzione prevista dalla legge italiana.

A quel punto il presidente della Provincia, Giancarlo Rossi, ripiegò sulla soluzione canadese. «Un mese dopo - continua il sindaco - ce li consegnarono via nave». Il sindaco e il suo vice, però, proposero a Zamberletti di premiare le famiglie che realizzavano i prefabbricati in proprio.
Il commissario predispose il bando e diede 30 giorni di tempo per presentare le domande. «Alla fine del mese - fa notare Chittaro - avevo 21 domande per un valore pari a 10 milioni 500 mila lire». Ma quando arrivò in prefettura con la lista il funzionario di turno gli disse che il budget era esaurito. Chittaro non sentì ragione e attese Zamberletti il quale ripristinò subito il fondo.
Chittaro riconosce di aver demolito molte case vecchie. «Seguimmo il modello Gemona, l’architetto Nimis era dell’opinione di dover concedere alla gente la possibilità di costruire fuori dal centro storico. In più approvammo una norma che ogni casa costruita doveva avere una pertinenza per mettere fine alle promiscuità.
Firmammo 300 accordi bonari e approvammo cinque Piani particolareggiati, Comatar, Franceschina, Zamboni, Covas e Maraldi. A Cavasso partì anche il cantiere pilota voluto dalla Segreteria straordinaria per rendere antisismiche le vecchie case.
«Con gli accordi bonari eravamo in difficoltà, tutti volevano tornare. Individuammo un terreno per la ricostruzione, ma ci servivano 50 milioni di vecchie lire, la Regione ce li concesse facilitando così la possibilità di uscire». Un dato per tutti: «Nel 1978 avevamo 200 pratiche pronte, passò la metà. Le priorità furono scelte tenendo conto delle famiglie più numerose e della presenza di persone anziane».
A Runcis tre architetti dell’università di Padova consigliarono al sindaco di classificare la borgata come articolo 8 (beni storici) e il consiglio comunale approvò un ordine del giorno e chiese alla Regione di dare priorità alla riparazione delle case e non alle fabbriche. «La pensava così - chiosa Chittaro - anche il nostro vescovo».
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