Nel pordenonese quel minuto che non finiva mai, pioggia di tegole e case distrutte

MEDUNO-FANNA-TRAVESIO. Alle 21 del 6 maggio di quarant’anni fa, Silvano Canterin partecipava, a Pordenone, a una riunione indetta dai vertici della Democrazia cristiana per compilare la lista dei candidati alle elezioni politiche che si sarebbero tenuto un mese dopo: «Avvertimmo il rumore ci appoggiammo tutti al muro, la scossa non finiva mai».
Durò quasi un minuto, fu interminabile veramente. Chi non l’aveva fatto durante il movimento tellurico lo fece dopo, certo è che tutta la gente si era riversata in strada. «Nessuno si rendeva conto di che cosa era successo, c’era lo smarrimento generale», continua l’ex sindaco di Meduno illustrando una situazione in cui la velocità dell’informazione non era sicuramente quella di oggi.
Più di un’ora dopo, la Rai iniziò a divulgare le prime notizie, ma nonostante ciò dovette arrivare l’alba per fare chiarezza sull’entità del disastro. Non tutti a Meduno sapevano che esattamente 200 anni prima, un altro terremoto aveva provocato danni e feriti nella zona.
«Durante la ristrutturazione di palazzo Colossis, sul portale, trovammo inciso “1771: il 10 luglio ci fu il terremoto”», conferma Antonini Canterin, citando i documenti parrocchiali sui quali e i rendiconti dei danni e delle vittime. L’ex sindaco rientrò immediatamente a Meduno, si accertò che la madre stesse bene e che in paese non ci fossero morti.
Ricorda con tenerezza un aneddoto a conferma della paura che regnava tra la gente: «Il mio vicesindaco, Bruno Paveglio, faceva parte di una famiglia numerosa. Quella sera era a casa e quando avvertì la scossa lui e tutti, almeno così credevano, si riversarono in cortile. Quando si trovarono uno di fronte all’altro, il vicesindaco disse: “Dov’è Silvano?”. Silvano era l’ultimo nato, il bambino era stato dimenticato nella culla dentro la casa».
La madre di Antonini Canterin, invece, non si mosse dal suo letto nonostante il terremoto le avesse messo a soqquadro la casa.
Il terrore lo vide negli occhi dell’avventore del bar dove si trovava quella sera, assieme ai partecipanti a una riunione della Comunità montana, anche l’allora consigliere comunale, oggi vice sindaco, Lino Canderan.

«Temevo si aprisse la terra - ricorda -. Sulle montagne vedevo solo bagliori e lampi». Tutto intorno solo macerie. «La cosa positiva era che a Meduno non c’erano morti», continua Canderan soffermandosi sul giorno dopo quando andò, assieme ad alcuni amici, a Forgaria e lì sì che vide i morti. «Non dimenticherò mai la spianata di Forgaria, tornammo indietro senza dire una parola».
Allo stesso modo il vicesindaco ricorda con commozione la gente in lacrime dopo le scosse del 15 settembre. «Compresi il dramma quando vidi persone di 25-30 anni piangere in piazza e quest’anno, 40 anni dopo, il 6 maggio alle 22 ho ripensato a quei momenti e mi sono commosso anch’io».
A Meduno e nelle frazioni di Sottomonte, Costa e Navarons, quasi tutte le case erano da rifare. «La mattina del 7 maggio - continua Antonini Canterin -, i cittadini volevano assolutamente che andassi a vedere le case. Mi portavano negli sgabuzzini a vedere le crepe a conferma che la gente aveva fiducia nelle istituzioni».
Il giorno dopo arrivarono la cucina da campo, le tende militari e anche abiti che il Comune rimandò indietro: «Non abbiamo bisogno consegnateli nelle zone più colpite». Ma non solo perché, da lì a poco, il quotidiano La Stampa di Torino accreditò al Comune 5 milioni di vecchie lire.
«La Regione - ricorda Antonini Canterin - pretendeva che i sindaci versassero nelle casse della Regione i soldi che ci inviavano i privati, mi opposi: “Scherzate - gli dissi -, li abbiamo ricevuti grazie ai nostri agganci”». A Meduno tesero la mano anche gli americani: «Volevano farci le scuole con i loro progetti, ma noi le avevamo già progettate in un iter durato due-tre anni e preferimmo ricostruirle in muratura. La Regione modificò la legge, avevamo 350 bambini da sistemare».
In quell’estate arrivarono molti politici in Friuli. La scossa del 15 settembre sorprese Antonini Canterin a palazzo Belgrado, a Udine, assieme a un comitato di Parlamentari. «Ricordo Marco Pannella, appena avvertì il terremoto si precipitò in strada». Meduno reagì.
Lo confermano le parole che un anno dopo disse il mugnaio di Meduno, Eliseo Burello, invitando tutti a resistere per non morire. «C’è ancora molta paura» riferiva citando l’esempio della sua famiglia: lui e la moglie erano tornati a dormire in casa, mentre i suoi figli non se la sentivano ancora.
Nuove crepe si vedevano nelle case danneggiate e il timore che arrivassero altre scosse distruttrici era ancora troppo presente. Rispetto a prima del terremoto, gli affari erano calati, molte stalle avevano chiuso. Ma la gente resisteva sfidando l’impossibile.
A Fanna era andata peggio, in via Mioni morì un uomo. «Sua moglie era uscita prima di lui, il tetto della casa gli piombò addosso», ricorda l’attuale vice sindaco, Patrizio Andreetta, allora venticinquenne consigliere comunale. Andreetta soccorse la madre tra le macerie: «Uscì più lentamente di mio fratello, era buio, inciampò.

L’accompagnai in ospedale e lì aiutai a scaricare dalla barella il signore che poi morì». Non può dimenticare quei momenti, tanto meno la pioggia di tegole che vide uscendo dal bar dove si trovava la sera del 6 maggio. «Temevo si aprisse la terra. L’avevo visto in un film, avevo davvero paura che succedesse».
Quella sera tutti si riversarono sulle auto, nelle zone più aperte, da dove scappavano quando avvertivano le scosse di assestamento. «Fanna - aggiunge - era l’ultimo comune disastrato, il 70 per cento dei vecchi borghi come Mioni era sparito». Quella notte fu terribile anche per l’allora sindaco, Annunziato Crucitti: «La gente vagava spaventata, fu molto difficile cercare di incorraggiarla. Cercammo di confortarci a vicenda».
Anche a Fanna l’80 per cento delle abitazioni era inagibile. Le tende arrivarono due sesttimane dopo il terremoto: «Avevamo qualche locale non danneggiato e lì cercavamo di tenere la popolazione unita che reagì positivamente. Non auguro a nessuno di passare quello che abbiamo vissuto in quei momenti», insiste l’ex sindaco indipendente assicurando che anche senza l’appoggio dei partiti furono trattati alla pare degli altri.
«All’interno della maggioranza non registrammo mai alcun problema di stabilità o di riconoscimento di ruolo. Fummo trattati alla pari degli altri sindaci eletti nelle liste di partito - continua -, in caso di necessità ci appoggiavamo di qua o di là». Il suo ruolo gli consentì di battersi per ricostruire Fanna dov’era.
«Decidemmo di salvaguardare il più possibile la fisionomia del paese e, conseguentemente, di ridurre al massimo le demolizioni» spiega Crucitti che sostituì le previste ordinanze di demolizione con quelle che prevedevano puntellamenti o tirantamenti.
«Prendemmo tempo per riflettere e salvaguardare i nostri luoghi. Il paese ci piaceva ed era giusto mantenerlo», ripete l’ex sindaco convinto che se le ruspe entravano in funzione sarebbe stato impossibile ripristinare i luoghi com’erano. «Tanti comuni cambiarono fisionomia perché andarono a ruota libera». Crucitti riconosce però che «l’emergenza spesso portava a reazioni immediate».
Nel 1976, Fanna era il Comune con il maggior numero di emigranti. Mantenere il paese con le stesse caratteristiche che aveva quando, negli anni trenta, una buona metà dei 3 mila abitanti decise di andare a cercar fortuna oltre oceano, significava mantenere il legame con quelle stesse comunità.
«Stiamo cercando di tamponare laddove è possibile - dichiarava a fine maggio 1976, il sindaco al giornalista del Messaggero Veneto, Francesco Durante -. Abbiamo chiusa la circonvallazione interna e dato corso a un numero limitatissimo di demolizioni, una decina, soltanto dove si erano avuti crolli».
In quell’occasione, Crucitti stimava 600 persone senza tetto, delle 1.276 abitazioni 276 erano da abbattere, 302 gravemente danneggiate, 360 appena lesionate e 328 integre. Ovviamente questi numeri cambiarono perché non solo le crepe si aprivano di giorno in giorno, ma a settembre le nuove scosse cambiarono nuovamente la situazione.
E pur rendendosi conti che molti edifici a rischio crollo erano situati a ridosso delle strade, il sindaco auspicava che Fanna potesse risorgere senza cambiare radicalmente il suo volto.

Analoga la situazione a Travesio. La sera del 6 maggio, il sindaco, Luciano Bortolussi, era con la moglie a Udine. La scossa li colse nella casa dei parenti in viale Vat dove, subito dopo, sentirono il via vai delle ambulanze. Udirono solo quello perché in quella notte nessuno parlava, regnava il silenzio.
Il sindaco capì che era successo qualcosa di grave e si diresse subito verso Travesio. Lungo la strada vide la distruzione. A Lestans si trovò di fronte alle case crollate e quando arrivò nella piazza del paese la gente che si era arrangiata a suo modo: diverse persone avevano sistemato un divano nella parte più ampia ed erano sedute lì. Il terremoto aveva distrutto soprattutto alcune frazioni, Toppo in particolare.
Molte persone, per anni, trascorse le giornate nelle case crepate e le notti nel prefabbricato di lamiera installato nell’orto, prima di riuscire a sistemare le abitazioni.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto





