Le parole di un'infermiera in trincea al pronto soccorso: «Siamo in pochi e i ritmi sono frenetici. Ci serve aiuto»

Da febbraio è così anche per Agnese Petris: l’emergenza Covid l’ha vissuta e la sta vivendo al lavoro giorno dopo giorno, assieme ai colleghi, al fianco dei pazienti, prestando loro le prime cure, confortandoli e aiutandoli a superare il distacco dalle famiglie.

UDINE. La sveglia suona alle cinque, se il turno è quello del mattino. Poi ci si prepara per affrontare la giornata, sapendo già che dal momento in cui si varcherà la soglia del pronto soccorso non ci sarà il tempo per fare pause – nemmeno per un bicchiere d’acqua – fino alla fine del servizio. Otto, dieci ore di fila, quando va bene. Da febbraio è così per il personale medico, sanitario e Oss del pronto soccorso del Santa Maria della Misericordia. Da febbraio è così anche per Agnese Petris: l’emergenza Covid l’ha vissuta e la sta vivendo al lavoro giorno dopo giorno, assieme ai colleghi, al fianco dei pazienti, prestando loro le prime cure, confortandoli e aiutandoli a superare il distacco dalle famiglie.

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Ora che il pronto soccorso è stato di fatto diviso in due (area “blu” Covid e area “verde” per gli altri casi) con più spazi attrezzati (26) per i positivi servono maggiori risorse, soprattutto umane e formate, e maggiore consapevolezza da parte dei cittadini per non vanificare gli sforzi compiuti da chi opera in prima linea per contenere la diffusione dei contagi. «Il personale che era in carico a un unico pronto soccorso – spiega Petris – si sta dividendo in due zone e, quindi, il carico di lavoro è aumentato. Con la seconda ondata della pandemia sta diventando tutto più impegnativo». All’opera, ogni giorno, adesso ci sono complessivamente sette infermieri per il turno del mattino, sette per quello pomeridiano e cinque durante la notte. Di questi, uno o due per turno (in base agli accessi) sono assegnati al percorso “blu” Covid.



«Ogni infermiere, così come il personale Oss, che prende servizio – chiarisce Petris – ha un preciso compito che lo rende indispensabile per far fronte a tutte le necessità. Oltre all’infermiere Covid, c’è per esempio chi si occupa del triage, che sceglie chi va visitato per prima e chi deve attendere; c’è il flussista, che gestisce ingressi e uscite e tiene sotto controllo i rapporti con parenti e specialisti; chi controlla i pazienti in osservazione e così via». Anche il vestiario cambia. Il personale che ha a che fare con i pazienti positivi deve essere “isolato” anche con l’abbigliamento: tuta o camice protettivo impermeabile di tipo 3, indossato sopra alla divisa di ordinanza «che finito il turno è un sacco bagnato», mascherine Ffp2, visiera, cappello, scarpe d’ordinanza e copri calzari.

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«Nell’area Covid i pazienti sono complessi, spesso oltre alla problematica respiratoria hanno anche altre patologie di base. Molte sono persone anziane, che si ritrovano da sole e hanno bisogno di essere rassicurate. Ma noi non abbiamo più il tempo per dare loro l’assistenza con la “a” maiuscola che vorremmo: i ritmi sono troppo serrati e frenetici».

Gli stessi parenti, che comprensibilmente si attaccano al telefono per avere informazioni sulle condizioni del proprio familiare, costringono gli infermieri a staccarsi momentaneamente da quello che stavano facendo. «Questo aumenta la condizione di stress, loro e nostra – continua Petris, infermiera da una ventina d’anni e da undici in pronto soccorso –, ma complicano le cose anche gli accessi non indispensabili. Spesso, infatti, chi presenta sintomi lievi da Covid (quindi non una crisi respiratoria) e non riesce a mettersi in contatto con il proprio medico di base o con il Dipartimento di prevenzione si reca in pronto soccorso per ottenere una risposta più veloce. Ma non va bene, anche perché rischiano di fare ore di attesa prima di essere visitati».

Per non far collassare i delicati equilibri del pronto soccorso si deve intervenire «prima che sia troppo tardi», visto il progressivo aumento di contagi. «Siamo stanchi – sottolinea l’infermiera –, abbiamo anche noi una famiglia, ci occorre un supporto. Non possiamo fare pause o andare al bagno se non c’è un collega che ci sostituisce: le nostre esigenze vengono sempre dopo quelle dei pazienti. E c’è l’ansia del risultato del tampone, che facciamo ogni 15 giorni. Ci servono aiuti, ma deve essere personale formato, che abbia una infarinatura di cardiologia, pneumologia e infettivologia. Ben vengano i neoassunti, ma prima che siano “pronti” passano tre mesi: vanno seguiti e affiancati – conclude – e qui, adesso, non c’è il tempo per farlo».

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