Quasi 62 mila contratti a rischio, gli effetti del decreto Dignità in Friuli Venezia Giulia
![In this March 5, 2018, photo, a man works at Xiwang Special Steel in Zouping County in eastern China's Shandong province. China's steel mills, a target of U.S. President Donald Trump's ire, are their industry's 800-pound gorilla: They supply half of world output, so every move they make has a global impact. (Chinatopix via AP) [CopyrightNotice: Chinatopix]](https://images.messaggeroveneto.it/view/acePublic/alias/contentid/e93a7549-ee6f-4c22-9e64-e0c2d9b980c9/0/china-steel-dilemma.webp?f=16%3A9&w=840)
I contratti a tempo determinato su cui si è appuntato il vicepremier Luigi Di Maio decidendo di farne oggetto di una nuova normativa più stringente della precedente, quanti sono esattamente in Friuli Venezia Giulia? Secondo la Cgia di Mestre, che al tema ha dedicato uno specifico report, interessano 61 mila 900 lavoratori, ovvero il 15,4% del totale lavoratori dipendenti. Il restante 84,5% degli occupati, 338 mila 900 persone, ha un contratto a tempo indeterminato.
Fare il conto di quanti siano, alla luce del decreto Dignità, i lavoratori a rischio, ai quali le aziende - per timore di futuri contenziosi, per i costi che aumentano, per le causali che tornano ad essere obbligatorie per giustificare la scelta di proroga - potrebbero non rinnovare il contratto, sono quindi quasi 62 mila.
Non tutti, probabilmente, perché tra loro ci saranno dipendenti che si sono distinti per capacità, abilità, serietà dimostrate, e che verranno confermati, anche perché assunti in sostituzione di lavoratori andati in pensione, ad esempio. Così come ci saranno aziende che, considerato il trend di ordini e commesse in portafoglio, l’andamento del mercato, la fiducia nel futuro, optano per la crescita, anche dell’occupazione.
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Per una parte, invece, non ci sarà conferma, perché potrebbe essere più facile, sempre messi di fronti alla normativa in divenire (quella che uscirà dal dibattito parlamentare) e quella in essere (il decreto Dignità è in vigore da metà luglio), e alle incertezze sull’applicazione (la moratoria fino a fine ottobre è stata promessa ma nella bozza della normativa non c’è), sceglieranno la strada meno perigliosa: non rinnovare i contratti a termine in scadenza e individuare altrettanti lavoratori ex novo da inserire per 12 mesi.
Ma perché le imprese optano per il contratto a tempo determinato? L’analisi della Cgia di Mestre è molto chiara: «La crescita dei contratti flessibili registrata negli ultimi 10 anni è correlata all’andamento dell’economia: quando il Pil si abbassa il numero scende, quando l’economia torna a salire i precari aumentano». Ma il ricorso ai contratti a tempo determinato «non è legato al loro numero elevato, ma a seguito di una crescita che è stata e continua ad essere troppo modesta. Con variazioni del Pil contenute, non possiamo che ottenere una cattiva occupazione che abbassa la produttività complessiva del lavoro e di conseguenza anche i salari pro capite».
Da quest’anno il numero degli occupati in Italia, ma anche in Fvg, è tornato a essere lo stesso di 10 anni fa, ma non il monte ore lavorato: è inferiore mediamente del 6%. Quindi stesso numero di lavoratori ma meno ore, significa incremento dei precari. Per cui, per tornare ad aumentare i tempi indeterminati è necessario che torni a crescere il Pil. Non dello zero-virgola, ma almeno del 2%. Sul come sostenere la crescita, il dibattito è aperto. Secondo la Cgia «è necessario che il governo abbassi le tasse sulle famiglie e sul lavoro e rilanci gli investimenti pubblici che sono scesi a livelli inaccettabili. Solo così possiamo creare le condizioni per rilanciare stabilmente il nostro Paese, anche dal punto di vista occupazionale».
Nell’attesa i contratti a termine continuano ad aumentare. Nel primo semestre di quest’anno il peso dei terministi sul totale è del 16,6%, mentre gli occupati a tempo indeterminato sono in flessione. In compenso proprio i contratti a termine hanno aumentato la base occupazionale che, sempre nello stesso periodo, è cresciuta - per quel che riguarda il lavoro dipendente - del 2%, contro il -1,8% degli autonomi.
I settori che fanno più ricorso ai contratti a termine sono l’agricoltura (dove la quota di precari è del 60%); le costruzioni, 16,6%, i servizi, 12,3%, l’industria, 11,8%. Nel contesto Ue la media dei lavoratori a termine è del 16,2%.
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