Uccisa dal mostro, non ci sarà indennizzo

Udine, la figlia e la sorella di Marina Lepre escluse dal Fondo di solidarietà per limiti reddituali e perché l’omicidio è di troppi anni fa
Cividale 24 novembre 2015. Giornata contro La violenza sulle Donne con la figlia di Marina Lepre. © Petrussi Foto Press
Cividale 24 novembre 2015. Giornata contro La violenza sulle Donne con la figlia di Marina Lepre. © Petrussi Foto Press

UDINE. Fedra Peruch rimase orfana della madre all’età di otto anni. A strappargliela, la notte del 26 febbraio del 1989, fu la mano assassina di un uomo a cui nessuna inchiesta giudiziaria è riuscita ancora a dare un volto.

Marina Lepre fu strangolata, colpita al ventre con un’arma da taglio e abbandonata sul greto del Torre, in località San Bernardo. Un omicidio irrisolto, il suo, che la colloca a pieno titolo nel tragico novero delle «vittime di un reato violento».

Eppure, per la legge italiana questo non basta a garantire a sua figlia, che oggi ha 37 anni e abita a Cividale, l’indennizzo previsto da una direttiva europea del 2004. Per attingere a quei fondi, Fedra dovrebbe guadagnare qualche centinaio di euro in meno di quel che dichiara. Perchè nel nostro Paese, anche gli eredi dei morti ammazzati sono divisi per classi di reddito.

E' questo l'abbandono più grande
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Sembra il colmo dei colmi e, invece, il coronamento della beffa è arrivato qualche giorno fa, con una lettera della Prefettura di Udine che comunica l’esclusione dalla ripartizione del Fondo di rotazione per la solidarietà anche per la sorella della vittima, Maria Amedea, 62 anni, a sua volta residente a Cividale, ma in regola con la soglia degli 11.528,41 euro decisi dal legislatore.

La cattiva novella è contenuta in un’ulteriore norma fresca d’approvazione (legge 20 novembre 2017, n.167), che ha ridotto drasticamente il numero dei beneficiari, introducendo lo spartiacque del 30 giugno 2005: di là tutte le vittime - o meglio, i loro eredi - condannate a restare anche senza risarcimento, di qua quelle ammesse ad attingere al forziere.

«La nuova legge ci ha sbarrato la strada», è l’amaro commento dell’avvocato Carlo Monai, che ha seguito entrambi i procedimenti e che era pronto ad avviare una causa davanti al tribunale di Trieste per fare ottenere l’indennizzo anche alla figlia Fedra.

«La cosiddetta “legge europea 2017”, all’articolo 6, comma 2 – ha scritto il viceprefetto Davide Lo Castro, in risposta all’istanza proposta dal legale il 20 settembre 2016 –, ha precisato che all’indennizzo sono ammesse tutte le vittime dei reati intenzionali violenti commessi successivamente al 30 giugno 2005, data di entrata in vigore della direttiva europea 2004/80/Ce, recepita dalla legge 122/2016». Come dire, insomma, di metterci una pietra sopra e rinunciare a qualsiasi forma di soddisfazione economica.

Sullo sfondo c’era e resta l’ipotesi - mai provata - che a uccidere Marina Lepre e, prima di lei, almeno una parte delle altre 14 donne, tutte giovani e indifese, massacrate a partire dal 1971, in un’atroce e inspiegabile scia di sangue, sia stato un serial killer ribattezzato dalla stampa come il “mostro di Udine”.

Fu a metà degli anni Novanta che gli inquirenti credettero di avere finalmente imboccato la strada giusta, con l’iscrizione sul registro degli indagati di un medico di 60 anni, di Udine, sorpreso la notte del ritrovamento della Lepre a pregare a voce alta vicino alla chiesa di San Bernardo.

All’uomo, per il quale era stata disposta infine l’archiviazione non essendo stati trovati elementi in grado di raggiungere il rango di prova certa - e comunque deceduto di lì a poco - erano stati sequestrati, tra gli altri, una forbice, due pinze e altrettanti attrezzi chirurgici a forma di pinzatrice. Per tutti gli oggetti, i carabinieri del Ris hanno dichiarato «l’assenza di tracce biologiche evidenti».

Era stata la consulenza consegnata dal medico legale Carlo Moreschi all’allora procuratore Giorgio Caruso a indicare in un bisturi l’attrezzo adoperato per squartare le vittime.

«La profonda sofferenza di tutti i congiunti non è mai stata ristorata», aveva scritto l’avvocato Monai nell’atto di citazione presentato nel 2016 contro la Presidenza del consiglio dei ministri, ai fini del risarcimento dei danni «derivanti dalla mancata corretta attuazione della direttiva europea».

La sua era stata una delle numerose controversie instaurate dal nord al sud della penisola contro lo Stato. «L’Italia – aveva rilevato il legale – ha recepito solo parzialmente tale atto normativo, adottando tardivamente il Decreto legislativo 204/2007 con cui il meccanismo d’indennizzo è stato previsto solo a favore delle vittime di alcuni reati, quali il terrorismo e la criminalità organizzata, lasciando completamente prive di tutela quelle di tutti gli altri reati intenzionali violenti».

La storia avrebbe dato loro ragione: con sentenza dell’11 ottobre 2016, la Corte di giustizia dell’Ue ha accertato l’inadempimento del nostro Paese agli obblighi imposti dalla direttiva europea. Nelle more del giudizio, tuttavia, l’Italia era corsa ai ripari emanando la famosa legge 122/2016 (in vigore dal 23 luglio 2016).

Ma introducendo anche un’irragionevole disparità di trattamento tra le vittime: per quelle assassinate, come Marina Lepre, la tutela indennitaria sarebbe stata subordinata a incomprensibili requisiti reddituali.

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