E' questo l'abbandono più grande

Ancora una volta nessuna giustizia per loro. “Loro” sono le vittime del cosiddetto Mostro di Udine, e Marina Lepre, uccisa barbaramente nella fredda notte friulana, sul greto del fiume Torre, tra il 25 e il 26 febbraio 1989, è l’ultima della lunga serie

UDINE. Ancora una volta nessuna giustizia per loro. “Loro” sono le vittime del cosiddetto Mostro di Udine, e Marina Lepre, uccisa barbaramente nella fredda notte friulana, sul greto del fiume Torre, tra il 25 e il 26 febbraio 1989, è l’ultima della lunga serie. Una colonna di omicidi che ha avuto solo tre condanne, ma mai un colpevole per quelli avvenuti con le modalità della Lepre.

In tutto sono 15 le donne uccise dal 1971 al 1989, la maggior parte prostitute. In generale, donne ai margini della società. Femmine fragili, balorde, dimenticate. Deboli come Marina Lepre, la maestra elementare nata in montagna, a Comeglians, tra cieli limpidi e persone riservate.

Lei, che in gioventù aveva vissuto a Tricesimo era figlia della normalità. Una famiglia borghese la sua, unita, un padre che lavorava in banca in un posto importante, due fratelli di cui uno medico.

Marina Lepre: un diploma di maestra elementare, un matrimonio d’amore, conclusosi però dopo i primi anni, con un ingegnere. E con quest’ultimo una figlia, amata e voluta, nata all’inizio di quella relazione. Una bambina che al momento della barbara morte della madre, aveva soltanto nove anni.

«La figlia come ogni domenica l’ha aspettata invano nella casa dei nonni», così titolava il Messaggero Veneto il giorno dopo, a firma Michele Meloni. Ed è da quel giorno che la famiglia di Marina Lepre, prima i genitori, e poi la figlia, ormai diventata grande, stanno cercando giustizia. Sin dall’inizio i genitori della Lepre si sono battuti anche per la sua reputazione.

Non era una prostituta, ma una donna fragile, regina dei dubbi e delle debolezze notturne, una signora forse sola, dedita all’alcool e alle compagnie sbagliate. Una brava ragazza, diventata a poco poco un soggetto difficile, vittima della malinconia.

Al momento del decesso, anzi del barbaro accoltellamento, abitava a Cividale, ed è lungo via Cividale, la strada che porta a Udine, che è stata vista l’ultima notte. Era entrata in un bar e aveva farfugliato qualcosa agli avventori. Una frase del tipo «stanotte mi ammazzano». Poi era corsa fuori, e l’avevano vista salire su una macchina.

È stata ritrovata, tra sassi e sterpaglie, la mattina dopo, in località San Bernardo, in prossimità del torrente Torre. Aveva quarant’anni, i tratti ancora sottili. Le foto che la ritraggono da ragazza sottolineano la grazia del volto e il corpo minuto. I capelli erano morbidi e color del miele. Quella notte portava un cerotto sul mento perché era stata medicata in quei giorni all’ospedale.

Quando ho tratteggiato il suo ultimo giorno nel mio romanzo “Femmine un giorno”, e l’ho chiamata Monica Lestuzzi, pur non avendola mai conosciuta, né avendo mai parlato con la sua famiglia, ho deciso di presentarla come una di noi; come una di noi soltanto più sfortunata.

E una volta incontrata la figlia, a cui ho dedicato il romanzo, parlando con lei ho capito che non ero andata molto lontana dalla verità. Di Marina Lepre scrivo a un certo punto: «Monica Lestuzzi era una che pensava sempre, e quando era lucida soffriva di tutti gli abbandoni della sua vita».

E l’abbandono più grande, per chi rimane, sono le delusioni del “poi”. Per la famiglia della Lepre, e per la coraggiosa figlia che da anni si batte – da sola– per ottenere giustizia.

Ma né per Marina né per le altre tre, forse quattro, donne uccise nello stesso modo si è ancora potuto trovare un colpevole. C’è stato un sospettato per anni, un medico della cosiddetta “Udine bene” specializzato in ginecologia, ma è deceduto qualche anno fa. E la verità è questa, purtroppo: morto il reo si estingue il reato. E senza colpevole non c’è nessuna forma di risarcimento, né materiale né immateriale.

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