The Fleshtones in tour: a Pordenone 50 anni di rock ’n’roll

La garage band attiva dal 1976 fa tappa sabato sul palco del Capitol: «Il segreto è non restare nel passato, suonando gli antichi successi all’infinito». Il chitarrista Keith Streng: «Stiamo già pensando al nostro prossimo album»

Elisa Russo
La garage band statunitense The Fleshtones sabato a Pordenone
La garage band statunitense The Fleshtones sabato a Pordenone

Cinquant’anni di selvaggio rock’n’roll tutti da festeggiare per la garage band statunitense The Fleshtones, con un tour celebrativo che fa tappa al Capitol di Pordenone sabato.

Attiva dal 1976, la storica formazione è trainata dai fondatori Peter Zaremba (voce, armonica, organo) e Keith Streng (chitarra, voce), affiancati da Bill Milhizer (batteria) e Ken Fox (basso).

La serata, organizzata da Solid Bond Agency, comincia alle 21.15 con due opening: i veneti Vindicators (nati nel 1986 dalle ceneri della formazione wave italiana Frigidaire Tango) capitanati dal cantante Carlo Casale, grande amico dei Fleshtones, e i pordenonesi Street Walkin’ Cheetahs, guidati da Stefano Basso e Stefano Muzzin, provenienti dal Great Complotto.

«In un mondo dove non ci sono più eroi, i Fleshtones camminano sulla terra come Dèi Romani» è un po’ il motto del gruppo americano, giocando con il titolo del loro celebre album anni ’80 “Roman Gods”.

Mescolano rockabilly, garage-rock, surf music e colonne sonore horror e a settembre hanno pubblicato due nuovi singoli “Float Your Showboat” e “Hear Today”: «Stiamo già pensando al prossimo album – racconta il chitarrista Keith Streng – non ci fermiamo».

Nel corso della vostra carriera lunga mezzo secolo, avete suonato tante volte in Italia, conservate qualche ricordo particolare?

«Ci torniamo sempre con grande piacere, se mi guardo indietro ho solo ricordi favolosi. Mi sento particolarmente legato a Bassano del Grappa, la città dei leggendari The Vindicators con cui abbiamo già condiviso concerti spettacolari, e che saranno con noi anche questa volta».

È rimasta nella storia una vostra esibizione al Teatro Verdi di Pordenone nel 1990, in cui finiste il concerto uscendo dal teatro e continuando a suonare in strada, con il pubblico che vi seguiva festoso e i passanti curiosi che si univano a voi. Ricorda?

«Come dimenticarlo? E ora che torniamo a Pordenone potremmo di nuovo condurre tutti fuori dalla sala e creare un nuovo tassello della storia del rock’n’roll».

Con questo tour dei cinquant’anni cosa proponete nelle date italiane di ottobre e novembre?

«Potete aspettarvi uno show che ripercorre tutta la nostra carriera, dagli esordi al presente: super rock, divertimento, ospiti, sorprese».

Qual è il segreto per durare così a lungo?

«Il segreto è non diventare una band legata al passato, che suona solo gli antichi successi all’infinito. Non entrare nel circuito della nostalgia e delle “vecchie glorie”, insomma: è una trappola in cui si può cadere. Questo è il motivo per cui non abbiamo mai smesso di far uscire album, stiamo registrando il prossimo proprio adesso. E non abbiamo mai annunciato scioglimenti o tournée di addio. Viviamo e suoniamo nel momento attuale, nel presente. Siamo eterni perché suoniamo super rock e ne deteniamo il potere».

Avete appunto inventato un genere che definite super rock, ma in sostanza qual è il vostro suono?

«Non si può descrivere un sound: bisogna venire ai nostri live e sentirlo».

Il vostro debutto risale al 1976 al leggendario club newyorkese CBGB, avete frequentato luoghi di culto come Max’s Kansas City e Mudd Club. Com’è cambiata la grande mela da allora?

«Oggi è molto diversa, assomiglia a una Disney per famiglie e bambini: indubbiamente è più sicura ma noi newyorkesi dobbiamo convivere con questi cambiamenti. Io però resto “The King of Queens”, perché lì sono nato».

Negli anni ’70 e ’80 condividevate la scena con nomi dai generi diversi, dai Suicide e The Cramps ai B-52s e R.E.M. Chi di loro sentivate più vicini?

«Tutti loro in qualche modo, con una passione particolare per i Suicide, erano i miei eroi e sono diventati i miei amici. E come dimenticare il primo concerto dei Cramps al Max’s Kansas City, in apertura dei Suicide, un martedì sera difronte a 28 persone eppure: scioccante e monumentale».

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