Impossibile rinunciare ai soldi dei nuovi ricchi
di STEFANO TAMBURINI
Franco Baresi, allora capitano rossonero con un futuro da mito milanista, se lo trovò di fronte, inatteso visitatore a Milanello, con mano tesa e ampio sorriso: «Salve, sono il suo nuovo presidente».
Era il febbraio 1986, quasi trent’anni fa, e quel 50enne dai progetti così ambiziosi da sembrare anche un po’ folli, aveva appena cominciato a svestire i panni dell’imprenditore rampante per essere il Silvio Berlusconi che per gli anni a venire intreccerà il suo cammino con la storia del calcio italiano e non solo.
Quel primo passo nel ritiro rossonero ha poi fruttato 28 trofei che tifosi dalla memoria corta hanno dimenticato in questi ultimi anni di amarezze, specie gli ultimi due da psicanalisi. Comunque la si pensi su Berlusconi, è indubbio che nessun presidente abbia saputo vincere quanto lui.
E, in qualsiasi modo finisca il ballottaggio fra il mister Bee thailandese (al secolo Bee Thaechaubol) o il suo antagonista cinese Lee, il Milan sarà la terza grande squadra italiana a finire in mani straniere.
Sotto la Madunina il derby sta per diventare sfida asiatica, con l’Inter che dal 15 ottobre 2013 è sotto il controllo di una società indonesiana capeggiata da Erick Thohir. E poi c’è la Roma, che dall’estate 2011 è in mano a un gruppo di imprenditori made in Usa guidati da James Pallotta.
Passaggi di proprietà certo non indolori sul piano emotivo. Nella capitale la famiglia Sensi, prima con il vecchio Franco e poi con la figlia Rosella, aveva regalato le ultime vere gioie giallorosse, quelle dello scudetto 2001 festeggiato al Circo Massimo con Sabrina Ferilli seminuda a pagar pegno di un pubblico e avventato fioretto.
Sulla sponda nerazzurra dei navigli, Massimo Moratti era addirittura la riedizione dell’epopea del padre Angelo, di Helenio Herrera e di una formazione da recitare a memoria e tutta d’un fiato. Massimo era l’Inter di un Triplete ancora fresco nei ricordi (2010) e disciolto nell’amarezza di stagioni quasi in fotocopia di quelle rossonere. Tristezza pura con all’orizzonte una finale di Champions a San Siro nel 2016 e con entrambe le squadre quasi certamente fuori dai tornei continentali.
Oggi non c’è da chiedersi se sia giusto o sbagliato quest’impero decadente destinato a non veder mai tramontare il sole, con le tv che reclameranno orari sempre più in favore dei fusi orari orientali e scomodi per noi. Non c’è da chiederselo perché anche altrove è così: in Inghilterra il Chelsea si è affacciato alla grande ribalta solo quando è arrivato il magnate russo Roman Abramovich e i due Manchester sono in mani statunitensi e di sceicchi, così come sono sceicchi i finanziatori del Paris Saint Germain.
E non c’è da chiederselo anche perché non c’è alternativa, in uno scenario dove i debiti del nostro calcio rasentano i due miliardi.
E c’è da sperare che occhi stranieri possano cominciare a spazzar via il grave handicap mentale di un intero movimento da tempo ostaggio del peggio del peggio del tifo ultrà.
A Cremona c’è poi un’inchiesta sul flagello calcioscommesse da far tremare i polsi, con il capo della cupola che si è appena costituito per snocciolare nomi e cognomi. E che dire dei vertici federali, con un presidente (Carlo Tavecchio) squalificato per razzismo dall’Uefa e di suoi più che imbarazzanti vice Claudio Lotito e Mario Macalli, il primo azzoppato per una penosa intercettazione (quella del «se Frosinone e Carpi vengono in A siamo rovinati»), il secondo squalificato per gli imbrogli legati al marchio di una società fallita. E poi, le minacce ai giocatori, le bombe fatte esplodere in curva nella connivente indifferenza di dirigenti, allenatori e giocatori. Quei pochi che parlano lo fanno per spostare l’attenzione su chi commenta i fatti sui giornali mentre la miglior definizione dei teppisti da stadio («Fottuti idioti») del presidente romanista Pallotta viene salutata dall’assedio ultrà.
Da anni va così e la tendenza è al ribasso. Perderemo in romanticismo, anche perché difficilmente mister Bee si presentarà al capitano rossonero Riccardo Montolivo con un «Hi, I’m his new president». Ma il futuro, che piaccia o no, è questo.
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