Iarusci e la sua storia di privilegiato del pallone: «Io, Pelè, Chinaglia e Beckenbauer ai Cosmos»

L’ex calciatore canadese si racconta: «Ho giocato anche con Eusebio. Dall’89 al ’93 ho lavorato nella vostra città. Ho ricordi splendidi del Friuli» 

l’intervista

Simone Fornasiere

Non tutti possono vantare il fatto di aver giocato, tra gli altri, con giocatori del calibro di Pelè, Eusebio, Chinaglia e Beckenbauer. Robert “Bob” Iarusci, classe ’54, canadese all’anagrafe ma italiano di nascita, è tra i pochi che dire di averli avuti come compagni di squadra ai tempi dei gloriosi New York Cosmos. E, con grande orgoglio, ha voluto raccontarlo ai ragazzi della Rappresentativa Under 17 regionale durante la tournée canadese, visti anche i quattro anni vissuti, al termine della carriera, per lavoro a Udine.

Iarusci, come è stato giocare con calciatori tra i più forti di sempre?

«Meraviglioso. Una cosa a cui spesso ripenso e per cui, ogni volta, provo la medesima emozione. Mi reputo fortunato per avere condiviso molte cose con stelle di questo calibro. Pelè, soprattutto, è arrivato a New York da star oltre il terreno di gioco; non era molto il tempo che trascorreva con noi, era spesso impegnato in appuntamenti che andavano oltre l’aspetto calcistico. Lasciatemi, però, spendere una parola per Giorgio Chinaglia: un attaccante di razza vero e un grande uomo fuori dal campo di gioco».

C’è, nonostante questi nomi, un rimpianto calcistico che si porta dietro dopo tanti anni?

«Sì, ed è legato alla mia storia calcistica con la maglia del Canada. Ci giocammo la possibilità di accedere al mondiale del 1982 con la nazionale, forse, più forte di tutti i tempi. Nella fase finale delle qualificazioni, disputate ad Haiti, partimmo battendo San Salvador (poi qualificata al mondiale, ndr) e pareggiando con i padroni di casa: fu la fine perché il nostro allenatore, da quel momento, stravolse sempre la formazione e dopo i pareggi con Cuba e Messico fummo estromessi per un gol di differenza. La mia delusione si è poi trasformata in gioia visto il successo dell’Italia, ma quanto avrei voluto affrontarla in Spagna».

Qual è lo stato di salute del calcio canadese in questo momento?

«Buono direi, è in crescendo. Il calcio, nell’ultimo ventennio, ha avuto un netto miglioramento dal punto di vista della diffusione. Ora è più facile vedere in televisione le partite dei migliori campionati europei, per cui è più facile migliorarsi dal punto di vista tecnico e tattico: il livello sta crescendo».

Terminato con il calcio giocato si è trasferito, per lavoro, quattro anni a Udine. Che ricordi ha della città e dell’Udinese?

«Ho un ricordo magnifico (sorride, ndr) della vostra città in cui ho vissuto dal 1989 al 1993; la conosco molto bene, come conosco anche tutta la provincia con le sue bellezze e specialità. Il grande ricordo che ho, però, è legato alla “Udine Pedala” una manifestazione bellissima a cui partecipava tutta la comunità. Erano gli anni in cui il calcio italiano era ancora guardato come fiore all’occhiello mondiale e che quindi a Udine seguivo ben volentieri nonostante la squadra facesse l’elastico tra la serie A e quella cadetta. Ora sono un po’ in ansia per il calcio italiano: la non qualificazione per l’ultimo mondiale è stata lo specchio di un momento difficile».

Si ricorda qualche parola di friulano?

«Molte le ho dimenticate, ma sono certo di non sbagliare se rivolgo a tutti il mio saluto con un semplice “mandi”». —

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