L’Apu sulle orme della Snaidero
Vent’anni fa l’ultima volta che Udine conquistò il pass per disputare i play-off. Di Giulimaria allora era in campo: «Vedo molte similitudini, l’Apu può farcela»

Con l’Apu all’ottavo posto, a più dieci sulla zona retrocessione, Udine torna a sentire profumo di play-off. Inevitabilmente si riaprono gli album dei ricordi: l’ultima volta che una squadra cittadina disputò la post season in serie A risale alla stagione 2005/2006, che vide la Snaidero chiudere la regular season al quinto posto, salvo uscire al primo turno contro Napoli.
Di quella squadra faceva parte Christian Di Giuliomaria, romano classe 1979 che dopo aver appeso le scarpe al chiodo ha intrapreso la carriera di allenatore, in particolare in ambito giovanile. Sono di pochi giorni fa le sue dimissioni da coach della Supernova Fiumicino, serie C laziale. L’ex giocatore azzurro vive a Roma, segue l’Apu (con cui ha giocato in serie B per alcuni mesi nel 2016) ha accettato il nostro invito a parlare del basket udinese: quello di allora e quello di oggi.
Di Giuliomaria, che effetto le fa vedere Udine di nuovo in zona play-off dopo vent’anni esatti?
«Sono contento. Alla base dell’Apu c’è un progetto solido, avviato anni fa da Pedone e Micalich e proseguito anche dopo la scissione dei due nel 2020. Il presidente bianconero ha saputo coinvolgere la città e ha dato continuità alla scalata, senza fare mai il passo più lungo della gamba».
Che ricordi ha della stagione 2005/2006 in maglia Snaidero?
«Racconto un aneddoto eloquente: un giorno coach Pancotto entrò in spogliatoio e appese al muro un articolo della rivista “Superbasket” in cui dicevano che saremmo arrivati fra il 13° e il 15° posto. Eravamo un gruppo speciale, composto da uomini veri con doti morali importanti, e facemmo innamorare il pubblico: non mollavamo mai, incarnavamo i valori del territorio friulano. Per capirci: io giocai diverse partite con le caviglie fuori uso, Jerome Allen addirittura con due costole fratturate».
Che idea si è fatto dell’Apu di quest’anno?
«Vedo similitudini con la Snaidero di vent’anni fa. Vertemati è un coach che da anni dimostra il suo valore: ha fatto anche esperienze all’estero, ora è nello staff della Nazionale. Ha una grande conoscenza del basket, sa scegliere bene giocatori per il suo tipo di basket. Credo sia stato importante confermare un blocco di giocatori dell’anno scorso: all’inizio c’è stato bisogno di adattarsi alla categoria, visto che in serie A si pratica un altro sport rispetto alla A2, ma il gruppo è solido e sta facendo benissimo. Alibegovic? Ho conosciuto tutta la famiglia, vedo Mirza a un livello di maturità importante, e giocare da capitano per la propria città è una motivazione speciale».
Tra le altre cose l’Apu ha riportato Udine alle Final Eight di Coppa Italia, anche in questo caso vent’anni dopo quel 2005/2006.
«Ricordo bene, uscimmo ai quarti contro Treviso. A fine primo tempo eravamo sotto di 14 punti, m’intervistò Mamoli e al microfono gli dissi “non ti stupire se il risultato finale sarà diverso”. Quella Snaidero superava alla grande le difficoltà, nella ripresa non riuscimmo a vincere ma tornammo fino a -1. Se l’Apu affronta le Final Eight con lo stesso fuoco del campionato tutto può succedere».
Secondo lei l’Apu può arrivare ai play-off?
«Perché non dovrebbe? Nel mio percorso da coach delle giovanili ho lavorato con psicologi che mi hanno spiegato la differenza fra “dovere” e “potere”. Io dico che Udine può farcela, se continua a giocare con questo spirito». —
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