Giannichedda: «Il mio arrivo all’Udinese deciso da don Mario»
Giannichedda dalla C alla A: il suo è uno degli acquisti più iconici dei Pozzo: «Mi vennero a vedere in un Ischia-Sora, dovevo andare al Genoa e invece...Fui accompagnato a Milano dal prete del club e dal direttore sportivo Frasca»

Giuliano fa rima con mediano. Era nel nome il destino di Giuliano Giannichedda, l’uomo di fatica per eccellenza nella storia dell’era Pozzo. Arrivò all’Udinese nell’estate di 31 anni fa e rimane uno degli acquisti più iconIci dei bianconeri.
Giannichedda, lei faceva il mediano anche da bambino?
«No, ero gracilino, giocavo mezzapunta e calciavo rigori, punizioni e calci d’angolo».
Quando il cambio di ruolo?
«A 16 anni quando andai in Promozione ed Eccellenza».
Lei passò dalla Serie C alla Serie A nel giro di un’estate. Mai sofferto di vertigini?
«No, anche perché la mia fortuna fu quella di arrivare in un ambiente sano e perfetto per crescere come quello friulano dove c’è la cultura del lavoro. Facile lì tenere i piedi per terra».
Con lei arrivò Stefani che allora veniva considerato superiore a lei...
«Ci conoscevamo già da prima, era bravo. E a Udine c’erano già Manni e Mauro. Quando a novembre si decise che dovevamo andare a giocare in una serie minore fu Zaccheroni a bloccare il mio trasferimento».
Perché scelse il numero 16?
«Semplice, era l’unico rimasto. Avrei voluto prendere l’8 ma era già occupato mi pare da Gargo».
La prima volta che sentì che l’Udinese era interessata a lei?
«Me lo ricordo bene. Vennero a vedermi in un Ischia-Sora. Lo seppi solo a fine partita. Io ero promesso sposo del Genoa, poi a fine stagione don Mario mi accompagnò a Milano allo stand dell’Udinese».
Come don Mario?
«Sì, il prete del paese, faceva le trattative assieme al direttore sportivo Antonio Frasca. Scene di un altro calcio».
Quando capì di essere arrivato in A?
«Alla prima giornata con il Cagliari, l’arrivo allo stadio, l’esordio anche se per pochi minuti in campo. In questi casi bisogna sempre considerare il punto di partenza: io venivo da un paesino di 3 mila abitanti, Castrocielo, e sono andato a giocare in A a 700 chilometri da casa. Oggi è normale, allora un po’ meno».
L’impatto con Zac?
«Un maestro. Prima dell’allenamento parlava molto con i giovani. Persona pacata e di grande spessore, gli devo molto».
Lei portò via il posto a Desideri. Come la trattava Ciccio?
«Stefano mi voleva bene. Fuori dal campo frequentavo soprattutto lui e Stroppa. Prima di passare al 3-4-3 giocavamo con un 4-4-2 molto offensivo, c’era bisogno di sostanza in mezzo».
Zac sostiene che si è sempre esaltato il tridente d’attacco ma che il vero segreto di quella squadra era la mediana.
«L’equilibrio te lo dà il centrocampo. Poi è chiaro che se non hai Poggi, Bierhoff e Amoroso che segnano le partite non le vinci».
Ma se li ricorda i boati del pubblico quando rubava il pallone agli avversari?
«Certo che me li ricordo. Del resto quello era il mio lavoro. La gente si esaltava perché riconosceva l’impegno. Nella mia testa la volontà era quella di non perdere neanche un contrasto».
La prima differenza che notò nel doppio salto di categoria?
«La fisicità, ma anche la velocità della palla. La mia bravura fu quella di adattarmi in fretta».
Il compagno di squadra italiano più forte con il quale ha giocato?
«Mi mettete in difficoltà. Vado in ordine sparso: Del Piero, Nesta, Cannavaro, Buffon».
E lo straniero?
«Il primo Amoroso era un giocatore straordinario. Alla Lazio Crespo era una macchina da gol, alla Juve non c’è che l’imbarazzo della scelta: Nedved, Trezguet, Ibrahimovic, Vieira, scegliete un po’ voi».
L’avversario italiano che l’ha fatta più ammattire?
«Totti. Ci siamo sfidati nei derby, ma anche quando ero a Udine e poi alla Juve».
Ne ha dovuti affrontare tanti anche di stranieri.
«Quello con cui forse ho avuto più a che fare è stato Zidane, ma non posso non citare Ronaldo il Fenomeno e Kakà».
Lei ha segnato due gol in Serie A e due in ...Nazionale. Conferma?
«Chiariamo. Guidolin mi massacrava sempre quando entravo in area di rigore: “Cosa fai qui se non prendi mai la porta”, mi diceva. Durante un ritiro con la Nazionale Roby Baggio mi mette due volte davanti alla porta vuota e quando torno a Udine appena vedo il mister gli dico che ho fatto doppietta».
Una storia come la sua oggi è quasi irripetibile
«L’ultimo che dalla C è arrivato in A è stato Gatti. Il problema oggi non è arrivare in A, ma quando. A 15-16 anni un ragazzo dev’essere già pronto a ragionare da professionista».
Lei è commissario tecnico della Rappresentativa Nazionale Serie D Under-18 e Under-19 della Lega Nazionale Dilettanti. Ci sono ragazzi in quella categoria che potrebbero fare il grande salto?
«Pronti da subito no, ma di bravi ce ne sono e noi facciamo molte amichevoli con squadre professionistiche per farli vedere. Il problema è che non c’è la pazienza per aspettarli un paio d’anni. Si preferisce andare a prendere lo straniero che ha 18 anni ed è molto più pronto».
Il miglior Giannichedda si è visto all’Udinese o alla Lazio?
«A Roma mi sono consacrato, ma il percorso fatto all’Udinese è stato qualcosa di magico. Fa ancora più impressione dirlo oggi, ma siamo arrivati terzi quando c’erano le sette sorelle. C’era un’unità di intenti unica tra società, squadra, tifosi e anche voi giornalisti».
Lei fu uno dei big che decise di restare alla Juve in Serie B. Come nacque quella scelta?
«Semplice. In una riunione Buffon e Del Piero dissero che rimanevano perché quando sei alla Juve non conta la categoria. Un secondo dopo avevo deciso di restare. Alla Juventus ci devi andare per capirla. E oggi è bello quando incroci qualche tifoso che ti dice: “Grazie per essere rimasto in Serie B”».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








