Assieme ai volontari tra dolore e rinascita: «Nelle tendopoli tra chi aveva perso tutto ho imparato cos’è l’identità friulana»

La testimonianza: dall’autostop verso Udine al risveglio tra le rovine di Osoppo. Sei mesi trascorsi nelle tendopoli, tra il ruggito dell’Orcolat e la nascita di un modello di solidarietà unico al mondo

Stefano Stefanel
Il terremoto a Magnano
Il terremoto a Magnano

Il 6 maggio 1976 avevo poco più di vent’anni. Quel giorno faceva molto caldo e io, al mattino, sono tornato da Modena a Udine in autostop. La sera poi sono andato in palestra a Udine, in via Scrosoppi, e alle 21.05 avevamo da poco finito l’allenamento, quando è arrivata la grande scossa.

Non ho percepito subito la drammaticità del fatto. A casa poi, tra radio e tv, è cominciata a trapelare la realtà. Così, dopo cena, io, mio padre e mio fratello, in macchina, siamo andati verso Tarcento e Osoppo. Siamo arrivati a Tarcento e abbiamo visto una situazione impossibile da capire. Abbiamo preso la strada per Osoppo, ma oltre a Buia non siamo andati. Lì era ormai buio pesto e c’era un clima di terrore. Molte macerie, persone allibite, urla, pianti, primi soccorsi in arrivo. Il giorno dopo, alle sei, ho preso la bicicletta e sono andato a Osoppo, dove ho visto la distruzione e la morte e ho capito cosa fosse accaduto.

Ho trascorso i sei mesi successivi tra Osoppo, lavorando con i soldati tedeschi e i volontari, Gemona, al centro di smistamento, e Majano tra le case ad aiutare le persone che stavano perdendo tutto. Ho dormito nella tendopoli di Osoppo con l’Orcolat che ruggiva, per molte notti. E lì ho imparato cos’è l’identità friulana. È fermezza, pudore, forza di volontà, desiderio di ripartire subito, senso del futuro, senso delle proprie forze, orgoglio, amore. In quei giorni ho lavorato insieme agli altri in quel coordinamento costruito dal commissario Zamberletti, dai sindaci, dalle Forze dell’ordine, dai militari, dai presidi sanitari dentro quella che poi sarebbe diventata la protezione civile.

Quando penso a quei giorni mi vengono in mente due versi del nostro inno nazionale. Il primo dice “stringiamci a coorte”: tutte le volte che lo sento cantare penso a come siamo stati stretti noi friulani in quei giorni per combattere i nemici peggiori: la disperazione, la delusione, il dolore, la morte, la distruzione, l’Orcolat. E quello stringerci a coorte ha portato i Comuni della pianura a rinunciare ai soldi per le riparazioni lasciandoli ai Comuni più disastrati. Il secondo è il verso successivo: “siam pronti alla morte”. Ci siamo tutti buttati ad aiutare senza pensare ai pericoli, siamo entrati nelle case pericolanti per tirare fuori ricordi.

Dobbiamo essere orgogliosi della nostra identità di popolo, quella che ci ha permesso di passare “dalle tende alle case”, quella che ci ha permesso di rifare Venzone e Gemona come prima ma diverse da prima. In oltre 1000 anni di nostra storia in quel 1976 abbiamo mostrato a noi stessi e al mondo cos’è un’identità di popolo. Ora che sono diventato vecchio capisco che di questi tempi nulla di quello che c’è stato nel passato può essere ripetuto. Ma una cosa mi è chiara: faccio parte di questo popolo e ho vissuto con lui il suo momento più alto. 

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