L’eredità del 1976: «Così in Friuli abbiamo inventato la Protezione Civile moderna»

Riflessione di un protagonista della ricostruzione: dal laboratorio del sisma alla nascita di un modello nazionale basato sul binomio tra istituzioni e volontariato. La soddisfazione di un obiettivo raggiunto: «Vedere i ragazzi pronti nelle scuole è il mio premio più grande»

Claudio Svara*

Non fa parte del mio stile enfatizzare le cose del passato, perché ritengo che “avanti è la vita”, come sta scritto nella caserma della scuola di Arma del Genio a Roma, che mi vide allievo ufficiale di complemento.

Ma la ricorrenza del cinquantesimo anniversario del sisma in Friuli mi sembra opportuna per una riflessione che vada a mettere nella giusta luce una pagina di storia nazionale che non ha bisogno di essere rivisitata.

I fatti sono ancora chiari ed evidenti nella memoria della mia generazione e possono costituire ancora oggi un modello di capacità organizzative e morali.

Indubbiamente ognuno di quelli che hanno vissuto quel fatto e tutto quello che ne è derivato avrà ricordi, aneddoti e vicende da raccontare. Peraltro, fiumi di parole e di inchiostro sono stati spesi per mettere in risalto lo sforzo corale per ridare dignità a una popolazione che, in poco meno di un minuto, aveva perso tutto, affetti compresi.

Non è però questo lo scopo che mi prefiggo in queste righe.

Desidero solo ricordare a quanti, oggi, si trovano a dedicare le proprie attività nel settore della Protezione Civile, che da quel terribile evento catastrofico è nata un’idea che poi ha trovato corpo e vita grazie al contributo di tante persone importanti e modeste appartenenti a tutti gli strati sociali.

Sissignori, quel giorno è nata la Protezione Civile nazionale, che è passata attraverso innumerevoli prove, ma con la politica dei piccoli passi ha raggiunto ormai la maggiore età.

Laboratorio di questa crescita è stato il Friuli.

Siamo tutti fieri di aver vissuto un’epopea e di aver “esportato” un modello il cui progetto e la conseguente realizzazione hanno impegnato menti e braccia, trovando difficoltà, incomprensioni e ostruzionismi.

Ma quando le idee sono buone diventano un torrente in piena che tutto travolge.

È motivo di mia grande soddisfazione poter osservare sulla rivista “La Protezione Civile italiana” che le strutture e i volontari del Friuli Venezia Giulia sono sempre presenti dove succedono fenomeni che sconvolgono la vita delle genti italiane.

E ciò in particolare per me che sono fuori dall’ambiente da oltre trent’anni.

In ogni occasione si manifesta la riconoscenza delle popolazioni disastrate e dei loro massimi esponenti politici.

Ricordo due fatti.

All’indomani del sisma del 1976, vedendo il disastro ambientale ed emotivo, la disorganizzazione dei primi soccorsi, mi ero posto la domanda di cosa avrei potuto fare, nel mio piccolo, affinché queste sofferenze fossero ridotte in un eventuale analogo evento.

Da allora mi è rimasto questo proponimento: produrre idee e avviare iniziative per realizzare un’efficiente struttura che coniugasse la politica di prevenzione, di organizzazione dinamica e di operatività funzionale e pianificata.

Dopo essere stato il rappresentante del Friuli Venezia Giulia presso il dipartimento nazionale sotto i vari ministri che si sono succeduti (Zamberletti, Fortuna, Scotti), ho avuto l’incarico di dirigere l’ufficio regionale competente a realizzare quanto avevo pensato per l’approntamento e la gestione di una struttura di intervento imperniata sul rapporto tra forze istituzionali e volontarie.

L’occasione è venuta quando, nel 1986, la Regione ha varato una legge di istituzione di una struttura idonea allo scopo.

È stata una idea rivoluzionaria nel settore anche perché andava a sconvolgere i precari equilibri che si erano raggiunti a livello centrale dopo l’altra immane tragedia del terremoto in Irpinia.

Sono stato coadiuvato in tale lavoro da cinque “leoni” che hanno sposato le mie idee con entusiasmo e spirito di sacrificio eccezionali.

Renzo Savorgnan, Giampaolo Reiter, Adriano Morettin, Paolo Scremin e Giorgio Visintini, detto “il bambino” perché era il più giovane, sono stati i motori di una macchina che si è andata via via realizzando in dieci anni di intenso lavoro e che oggi viaggia a pieno regime.

Un giorno dissi a uno di loro che sarei stato contento di tutto il lavoro fatto quando mi fossi recato nella scuola di un Comune qualsiasi chiedendo al preside di suonare l’allarme. Qualora avessi visto i ragazzi attuare con precisione il piano di evacuazione rapida e controllata e constatato che i volontari comunali, su chiamata presso il Comune, fossero arrivati in breve tempo, con la divisa, l’automezzo e quant’altro necessario, allora avrei potuto affermare che lo scopo che mi ero prefisso era raggiunto.

E quel giorno arrivò, quando andai nel Comune di Ruda (tremila abitanti) senza alcun preavviso e mi presentai nella scuola media in una mattina qualsiasi.

Tutto avvenne nel migliore dei modi.

Abbiamo avuto riconoscimenti non solo a livello nazionale, ma anche in seno alla Comunità Alpe Adria, dove costituiamo un punto di riferimento essenziale di raccordo tra le diversità strutturali transfrontaliere, cuore della nuova Europa.

Per concludere, desidero ricordare che è stato possibile realizzare tutto ciò grazie alla determinazione di quanti hanno creduto nelle mie idee e hanno avuto la volontà di realizzarle. Cito in particolare i sindacati dei Vigili del fuoco, i massimi gradi delle Forze armate (tra i quali il generale Gianfranco Lalli, il generale Alessandro de Bartolomeis e il generale Edo Brunetti), i responsabili comunali, i coordinatori di distretto e tutti, sottolineo tutti, i volontari comunali e delle associazioni specializzate (Ana, Cri, Cnsas, Ari e Cb eccetera). 

 

*già direttore del servizio di coordinamento operativo della direzione regionale della Protezione Civile

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