Una lezione di civiltà che costruisce il futuro della nostra gente
Il messaggio del governatore Fedriga affidato al Messaggero Veneto: «Da quel movimento dal basso nacquero istituzioni e strumenti duraturi»

A mezzo secolo dalla tragedia che ha segnato indelebilmente la nostra terra, il Friuli non si limita a onorare il ricordo delle proprie vittime, ma riafferma con orgoglio un’identità forgiata nel riscatto. La presenza del Capo dello Stato a Gemona oggi è il riconoscimento di una storia collettiva che ha saputo trasformare le macerie in un paradigma di efficienza e responsabilità ammirato nel mondo. Non è solo memoria: è consapevolezza civile, è capacità di guardare avanti senza dimenticare.
Il 1976 rappresentò il momento della verità per una classe dirigente chiamata a scelte straordinarie in tempi drammatici. Il cosiddetto “Modello Friuli” non nacque dal caso, ma da una visione chiara e condivisa. La rinascita si fondò su un equilibrio virtuoso tra decisione politica, rigore scientifico e partecipazione popolare. Fu una ricostruzione che rimise al centro le comunità, i sindaci, i cittadini, trasformando il dolore in responsabilità e l’emergenza in progetto.
Da quel movimento dal basso nacquero istituzioni e strumenti destinati a durare nel tempo. L’Università di Udine, istituita con una norma della prima legge organica di finanziamento della ricostruzione, rappresenta ancora oggi l’unico ateneo italiano nato per volontà popolare: simbolo della determinazione a formare una classe dirigente capace di governare la complessità e interpretare le sfide del futuro. Allo stesso modo si sviluppò la Protezione civile moderna, grazie anche all’intuizione di Giuseppe Zamberletti, che seppe valorizzare il volontariato organizzato, il ruolo degli enti locali e l’importanza strategica della previsione e della prevenzione.
Come ha ricordato nel corso della commemorazione solenne a Gemona il presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Maria Zuppi, il terremoto distrugge, ma l’amore rimette assieme. È questa la lezione più profonda consegnata dal Friuli all’Italia e alla comunità internazionale: la capacità di fare sistema, di costruire un “noi” forte e coeso. Oggi, di fronte a nuove sfide globali – dai cambiamenti climatici alle trasformazioni economiche e sociali – quell’esperienza deve resta un punto di riferimento continuo.
Celebrare il cinquantesimo anniversario non significa soltanto ricordare, ma rinnovare un impegno. Significa trasmettere alle nuove generazioni il valore della partecipazione, della competenza e della responsabilità condivisa. Il Friuli continua così a essere non solo un luogo della memoria, ma un laboratorio di futuro, capace di dimostrare che anche dalle prove più dure può nascere un modello di sviluppo fondato sulla coesione, sull’innovazione e sul rispetto delle comunità.
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