Il ricordo di Omar Monestier, il direttore che amava la cronaca e scelse il futuro digitale
A quattro anni dalla prematura scomparsa, il Messaggero Veneto ricorda la figura del giornalista bellunese che guidò la testata in due storici mandati. La passione per il territorio e la profezia sul web: «È lì che dobbiamo andare»

Quel primo agosto il grappolo dei suoi sms, la gragnuola dei suoi whatsapp, non erano arrivati – cosa strana – in risposta alle domande che nascevano all’alba sulla giornata che stava per avviarsi. Fino alla mezzanotte della sera prima mi aveva scritto per cambiare un titolo che non lo convinceva. Era così. È stato così Omar Monestier, due volte direttore del Messaggero Veneto, scomparso prematuramente nella notte del primo agosto 2022. La sua lunga esperienza dentro i quotidiani, il suo quasi ventennale incarico di direttore gli avevano dato l’invidiabile conoscenza e la raffinata capacità di saper guardare dentro le notizie e di collocarle nel giusto contesto.
Omar Monestier arrivò in Friuli da Padova e cercò subito di entrare in sintonia con i friulani, immedesimandosi, impegnandosi a capirli, chiedendo spiegazioni, facendosi suggerire letture (da Tessitori a D’Aronco, da Giacomini a Sgorlon a Cappello), domandando e pretendendo di conoscere questa terra, anche imparando alcune parole di friulano. Agevolato dalle origini bellunesi, un uomo di montagna, con esperienze giornalistiche in Veneto e Trentino Alto Adige offriva a noi il suo sapere sui quotidiani locali e la sua vitalità, la sua infaticabile dedizione al lavoro e il suo modo di intessere continuamente relazioni.
E via allora con il primo giro (2012-14), quello che poi nei racconti avevamo battezzato il Monestier primo. Sono stati anni belli, entusiasmanti, ricchi, divertenti – quanto ci siamo divertiti e quanto anche abbiamo litigato –, perché poi ne sono venuti altri.
La cronaca, quella spiccia dei nostri paesi, quella delle nostre piccole città, i volti, le storie, i protagonisti erano la materia prima alla quale attingere. Un mix giusto con i temi della politica e dell’economia, del sociale e della cultura per raccontare e descrivere le province di Udine, Pordenone e Gorizia.
Sperimentammo il digitale, con lui. Una spinta forte, innovativa, una strada ancora vergine ma che lo incuriosiva e lo induceva a trascinarci e a farci largo tra mille dubbi. In mezzo – tra una direzione e l’altra a Udine – l’esperienza in Toscana alla guida del Tirreno di Livorno.
Poi il ritorno in Friuli nel 2016, visto con stupore ben presto evaporato. Lunghissime chiacchierate per affrontare i temi, per chiarire gli argomenti, per guardare al domani e saperlo raccontare. Quanti ricordi in quell’ufficio, che da quel primo agosto 2022 è rimasto chiuso a chiave per mesi.
E ancora tanto e tanto digitale: «È lì che dobbiamo andare», ripeteva e noi al suo seguito pronti a farci carico di un cambiamento professionale notevole.
La perdita di Omar è stata un duro colpo, una incolmabile perdita umana e professionale. Uno strazio, uno strappo violentissimo per la sua famiglia naturale, con Sara, Benedetta, Tommaso, Giulio e Giovanni, e per quella professionale.
La redazione ha reagito con professionalità, generosità e dedizione, tutti insieme, in un momento drammatico nella storia di questa testata.
La nostra è una voce che parla ai suoi lettori con una vocazione locale, grazie a un legame viscerale con il territorio, una comunità ma che vuole sapere che cosa accade nel mondo e di questo riceve spiegazioni.
Lui le spiegazioni le sapeva offrire, mai banalizzando, con punti di vista originali, talvolta spigolosi.
In un articolo che scrisse per i quotidiani veneti nel decennale della scomparsa del direttore Fabio Barbieri si descriveva con queste parole: «Io ho iniziato così. Con la cronaca locale. La amo visceralmente, mi fregio del titolo di giornalista che fa giornali provinciali come se portassi la più alta onorificenza dello Stato. Mi garba così e morirò così».
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