La "fabbrica delle notizie" che stupì Le Monde: l'epopea di Vittorino Meloni e la rivoluzione green del giornale

La storia del Messaggero Veneto che tra il 1968 e il 1978 abolì il piombo, introdusse i colori e i videoterminali prima di tutta Europa. Il sodalizio tra il direttore-manager, l'archistar Gino Valle e il re degli elettrodomestici Lino Zanussi

Michele Meloni Tessitori
Un momento dell'inaugurazione dell'attuale sede del Messaggero Veneto, nel 1968, con Aldo Moro e il direttore Vittorino Meloni
Un momento dell'inaugurazione dell'attuale sede del Messaggero Veneto, nel 1968, con Aldo Moro e il direttore Vittorino Meloni

Pagine di giornale nitide come fotografie, stampate a colori, scritte al computer. Al Messaggero Veneto di quando aveva vent’anni, nel 1966, e un direttore e una proprietà in vena di cambiare, questa di oggi era già la prefigurata normalità. Certo con un sensibile anticipo sui quotidiani di mezzo mondo, sicuramente di tutti quelli d’Europa se il gigante francese Le Monde, il 10 settembre del 1968, catapultò a Udine l’inviato Jacques Nobécourt, a certificare quest’affaccio al futuro. In Friuli, nella provincia piú provincia dell’orbe giornalistico, si bruciavano i tempi del progresso e c’era una “fabbrica delle notizie” che aveva assunto i connotati tecnologici del domani, di ciò che soltanto oggi è il presente.

È un’altra gran bella storia di periferia – sempre sottovalutata e sempre portatrice di buone idee –, questa del Messaggero Veneto della stagione di Vittorino Meloni (1926-2009), che lo diresse per ventisei anni e otto mesi accompagnandolo nelle trasformazioni che il linguaggio giovanile designerebbe come mitiche, eppure furono così: primato nella stampa a freddo, oggi si direbbe green perché eliminò i fumi nocivi del piombo e mise il camice bianco ai tipografi; primato nella stampa a colori e primato nell’ingresso del computer in tipografia e dei videoterminali in redazione. Tre trasformazioni nell’arco di un decennio, dal 1968 al 1978.

Messaggero Veneto, 80 anni da voce della comunità: inaugurata la mostra a palazzo Morpurgo
Taglio del nastro per la mostra a palazzo Morpurgo "Messaggero Veneto: la voce della comunità" © Foto Petrussi

Tutto perché c’era una generazione di imprenditori friulani e giuliani che padroneggiava il rischio d’impresa e incontrava la genialità del pordenonese Lino Zanussi, l’artefice del boom dell’industria del bianco. Il giornale vendeva 12 mila copie e in tre anni aveva accumulato perdite per 360 milioni di lire (a rivoluzione compiuta arriverà a 52 mila copie giornaliere, 60 mila il lunedí, a volte 80 mila e al record delle 100 mila il giorno del calciatore Zico all’Udinese).

La determinazione degli industriali con Lino Zanussi prima e Carlo Melzi poi, e le idee di un direttore allora quarantenne, dettero la spinta alla trasformazione.

L’investimento economico puntò dritto sulle nuove tecnologie, fidando sulle conoscenze del proto Enzo China e del tecnico della Zanussi Loris Conz.

Complice il sentimento collettivo e quella voglia di guardare avanti, alimentati dai primi passi sulla Luna, il Messaggero Veneto fu anche fisicamente proiettato in un’altra era, plasmato dalla creatività dell’architetto Gino Valle, che per stile sfugge alla facile catalogazione, ma oggi si direbbe archistar.

Il nuovo stabilimento di viale Palmanova fu concepito come il percorso di un fiume tumultuoso di notizie che attraversava la redazione e la tipografia fino alla cascata delle rotative. In redazione, rimossi i condizionamenti tipografici, “ridare il giornale ai giornalisti” fu un attimo. A guidarlo, la figura nuova del “direttore-manager” che avesse sotto controllo scrittura e costo economico.

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Anche il giornale foi subito diverso: provinciale nel senso utile del termine, cioè attento alle questioni locali senza motteggi ai “giornaloni” nazionali; per immagini, cioè attento alla preponderanza della comunicazione visiva (il giornalista doveva imparare a leggere bene le fotografie); popolare ovvero accessibile a tutti come la televisione.

In tipografia fu una rivoluzione. Entrarono i calcolatori elettronici e i macchinari per la stampa in offset, a freddo, senza piombo, che attingeva all’antica arte della litografia fruendo però di tecnologie moderne con pellicole fotografiche e sottili lastre in alluminio. Qui gioverà accennare alle leggende di quel piccolo mondo entusiasta, con i tecnici guidati da Galliano Ruggeri mandati in giro a cercare le macchine giuste e tornati con etichettatrici per alimenti che, adattate, producevano strisce di carta come colonne di giornale. Per non dimenticare la squadra dei rotativisti, gelosa delle proprie invenzioni, che all’annunciarsi dei manutentori tedeschi, smontava i serbatoi della colla vinavil appesi lungo il percorso di stampa che assicuravano ai lettori un comodo giornale con le pagine incollate.

Nel 1978, sempre con Meloni, arriveranno in redazione i videoterminali. Troppo in anticipo e cosí l’allora direttore del Corriere della Sera, Piero Ottone, verrà in viale Palmanova a personalmente constatare.

Oggi fanno ottant’anni di storia, dall’ormai lontanissimo 1946, ma il Messaggero Veneto mantiene questo spirito di innovazione, forte del consenso dei suoi lettori.

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