Giorgio Cavallo: «Quello con il giornaleè l’unico matrimonio che durerà in eterno»

Il racconto di Giorgio Cavallo, storico titolare del bar di San Sebastiano a Basaldella, tra i ricordi della socialità di un tempo e il valore del quotidiano come "punto luminoso" in occasione degli 80 anni del Messaggero Veneto

Sara Palluello
Adriano Pugnale, Pagnacco
Adriano Pugnale, Pagnacco

«Io non sono abbonato, con il Messaggero Veneto c’è un vero e proprio matrimonio». Giorgio Cavallo la dice così, usando un paragone che è già una storia. E in effetti, se due matrimoni nella sua vita sono naufragati – riferisce con una punta di ironia sportiva – quello con il quotidiano resiste da decenni, solido come il bancone del suo bar.

Giorgio ha 64 anni e da quaranta gestisce il bar Cavallo in località San Sebastiano, a Basaldella, un luogo che per generazioni è stato più di un semplice esercizio pubblico: una piazza coperta, cassa di risonanza, punto di incontro dove le notizie non si leggevano soltanto, ma si discutevano, si masticavano, si confrontavano. Proprio come il pane, dice lui. «Nel quotidiano abbiamo bisogno del pane ogni giorno sulla tavola. E il giornale è come il pane: ogni giorno deve esserci».

Il primo ricordo risale al 1958, quando suo padre portò il Messaggero Veneto in casa. «L’ho sempre avuto», racconta. E da allora quel giornale è diventato parte del paesaggio domestico. «Il bello del giornale è che ti dà vita e ti fa sentire vivo», dice, anche se sa bene che qualcuno lo chiama con ironia «il giornale dei morti» (riferendosi alla pagina dei necrologi). Ma subito ribalta l’immagine: perché accanto a quelli c’è tutto il resto, «la cronaca che porta avanti il territorio, nel bene e nel male, che racconta ciò che siamo e dove stiamo andando».

Nel suo bar, una volta, il Messaggero Veneto era al centro dei tavoli. Si giocava a briscola, si leggeva, si commentava. «Si poteva vedere seduti allo stesso tavolo l’ex gerarca, il partigiano, o gente come mio papà, che era della Julia ed è stato in Grecia e in Albania. Si parlava del territorio, si discuteva, si litigava anche, ma si interagiva. Era una socialità sanguigna, diretta, vera». Oggi, dice, non è tanto il giornale a essere cambiato, quanto le persone. «La gente entra, fa cenno col telefono, paga e va via».

Il telefono è diventato il centro di tutto, e spesso ha chiuso le persone “a bozzo”. Eppure, Giorgio resta convinto che rimanga un punto di riferimento. «Il giornalista deve dare fiducia alla gente. Se dice una cosa, deve essere quella. In un tempo di disinformazione abbiamo bisogno di punti luminosi per orientarci – conclude –. Come la cometa per i Re Magi».

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