Fernanda Feruglio: «Ho trovato il mio primo lavoro grazie a un'inserzione sul giornale»
Il racconto di Fernanda Feruglio, udinese e storica iscritta all'Università della Terza Età, e il suo legame con il quotidiano fin dall'infanzia in occasione degli 80 anni del Messaggero Veneto

C’è chi misura il tempo in anni, chi in stagioni. Fernanda Feruglio, classe 1948, lo misura in pagine sfogliate. «È una storia lunga ottant’anni, come il Messaggero», dice. E non è una frase a effetto: è davvero così che il giornale entra nella sua vita, quando lei è ancora una bambina. Siamo nel 1946. Il padre, che ha una macelleria, compra il giornale la mattina, lo lascia ai clienti sul banco, e la sera lo porta a casa. «Venivano tutti a leggerlo», ricorda Fernanda. Il padre, tornato dalla guerra in modo rocambolesco dalla Jugoslavia e passato anche per la prigionia inglese, era convinto che informarsi fosse una cosa seria, necessaria.
Non ha ancora dieci anni che comincia a leggerlo anche lei. «Ho trovato il mio primo posto di lavoro, alle Officine Bertoli, grazie a un’inserzione sul giornale. Cercavano un’impiegata per l’ufficio commerciale». Poi ha lavorato al Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica in ambito commerciale, ed è passata in Regione, alla Direzione foreste, occupandosi dell’economato.
In casa, il giornale non è mai mancato: lei e il marito Nevio prendono ogni giorno il Messaggero e lo leggono «in qualsiasi momento della giornata: prima una guardata, poi si approfondisce». Da bambina, i primi ricordi sono legati soprattutto al calcio, «all’Udinese, di cui si parlava tanto». Oggi va dritta alle pagine di spettacoli, cultura ed economia. Ha l’abbonamento a teatro e frequenta il Visionario «fin da quando ha aperto». Segue corsi di storia della musica e di storia all’Università della Terza Età di Udine, che frequenta dal 1995: è così “affezionata” da avere l’iscrizione più vecchia e un attestato che lo certifica. Non è un caso: una cugina di sua mamma, Maria Feruglio, è stata tra le fondatrici dell’Ute.
Il Messaggero lo va a comprare ogni giorno in via Colugna. E quando parte per andare a trovare il figlio Alessandro, a Parigi, lascia detto di mettere via tutti gli arretrati. Fernanda sa bene cosa cerca e cosa evita. Legge la cronaca dei paesi e i necrologi, rifugge la cronaca nera: «Mi fa stare male». La politica? «Mi fa rabbia». Preferisce gli articoli che raccontano cultura e cinema: ricorda, per esempio, un pezzo su “Signore e signori”, un film del 1966, diretto da Pietro Germi, che l’ha colpita.
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