
Il terremoto visto dalle case: «Io, alta tre piani, sentii brividi lungo la scala»
Il racconto inedito del 6 maggio 1976 attraverso la voce delle strutture: dalla solidità di San Giovanni di Casarsa all'accoglienza nella "Casetta Rosa" di Lignano. Un legame indissolubile tra montagna e mare nato sotto il segno dell'Orcolat e della solidarietà friulana
Di seguito pubblichiamo un racconto che riferisce quanto accadde il 6 maggio del 1976 e dei mesi che seguirono. Stavolta la narrazione giunge dalle strutture, scosse violentemente nella zona colpita dal terremoto e in quelle che nelle località balneari furono messe a disposizione per ospitare le persone rimaste senza tetto.
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Il 6 maggio 1976, faceva un caldo infernale, cani vicini e lontani abbaiavano e ululavano.
Nonostante io sia ben piazzata, alta tre piani, con larghe terrazze tutt’attorno, cantine, camera oscura interrata e solide fondamenta, mi sentii tutta tremare.
Percepii ogni parte della mia struttura. Le mie ossa: muri, travi, pilastri; i miei muscoli: pavimenti, tetto, pareti; i miei organi: caldaie, autoclave; le mie vene ed arterie: tubi e condotti.
I brividi corsero sulla mia colonna vertebrale: sessantanove scalini, quando sentii srotolarsi su essi i piedi di Gina, Rosetta, Susi, Franco per scendere al richiamo di Norma: «Franco tutto bene?».
«Sìì!» Franco, figlio di Norma e del fotografo Emilio Ciol, “addestrato” ai terremoti durante un soggiorno in Perù, aveva protetto la sua famiglia abbracciandola stretta ad una colonna portante del primo piano dove viveva e, ad ognuna delle sue femminucce, moglie e due figlie, aveva dato un bacio in fronte. Poi, per diversi giorni, sentii parlare alla radio e alla televisione dell’Orcolat, che io interpretavo scomposto in due parole: or colat cioè orlo caduto o orto caduto, visti gli effetti.
Noi, in pianura, precisamente a San Giovanni di Casarsa, venimmo a conoscenza ad evento accaduto di quest’orco che, secondo i racconti folcloristici, vive rinchiuso nelle montagne della Carnia e, ad ogni suo brusco movimento, produce un terremoto. Oltre che dalla radio e dalla televisione, coglievo le informazioni ascoltando varie telefonate. Bisogna ricordare, o sapere, che i telefonini non esistevano e non tutti avevano il telefono nelle proprie abitazioni, così, da me che ne ero munita, giungevano diversi vicini per usufruirne. Telefonate per rassicurare i parenti all’estero, per informarli, per confortarsi vicendevolmente.
E, dopo lo sciorinare di nomi − accoppiati ai soprannomi − di persone, che fortunatamente da noi stavano bene, affioravano i nomi delle località e dei comuni colpiti.
Io, casa, pensavo alle tante mie sorelle distrutte e, di conseguenza, agli sfollati. Si andava verso la bella stagione: quelle mie sorelle vennero rimpiazzate da tende e da roulottes, in attesa dell’arrivo dei prefabbricati. Arrivò settembre, l’Orcolat si scrollò di nuovo vigorosamente. Io oscillavo; la piccola Rosetta, di cinque anni, correva in cerchio con la sua biciclettina nel cortile; avevo paura di farle male cadendole addosso e avrei voluto alzare i miei pluviali a mo’ di braccia per sostenermi il tetto, ovvio che non potei!
La scossa cessò, non mi cascò neanche un capello, scusate, neanche una tegola, ma fu veramente forte. Tra le viti dell’orto, vedevano la scena altri famigliari: era tempo di vendemmia. Questa volta si andava incontro alla brutta stagione…
Dalle mie finestre, verso sud, vedevo la crepa sulla cuspide del nostro campanile, cuspide che poi, per ragioni di sicurezza, dovettero abbattere e ricostruire. Verso sud, vedevo, soffrivo, pensavo… verso sud… verso Lignano. Ma io avevo una parente a Lignano!
Emilio Ciol era il mio proprietario, il figlio Franco con Gina erano proprietari di una villetta a Riviera. Ed ecco presto spiegata la parentela. Ed ecco che altrettanto presto loro la misero a disposizione della famiglia di Giuseppe D’Orlando, di Tolmezzo. Ora lascio la parola a lei, la “Casetta Rosa”. Mandi!
Che stagione! Si era appena conclusa quella estiva che già se ne apriva un’altra, inattesa: non di villeggianti, ma di sfollati. Ricordo che arrivarono assieme: Franco, Gina, le figlie Susi e Rosetta, la cugina Nelly, di poco più grande di Susi, Giuseppe D’Orlando e il figlio Gianni, studente all’”Istituto Malignani” a Udine. Gina preparò una gustosa cenetta che si prolungò fino a notte fonda tra vive testimonianze, racconti, ma anche chiacchiere e ricordi: Nelly spiegò che colpa − anzi, merito − del terremoto, a Casarsa della Delizia (e forse non solo), gli studenti di terza media, come lei, saltarono gli esami.
Bepi ricordò quando Franco gli affidò la raccolta, lo sviluppo e la stampa dei negativi fotografici a colori, − è così che si conobbero −. Infatti Giuseppe D’Orlando, a Tolmezzo, aveva un laboratorio per il trattamento del materiale fotografico: “Color 3000 Service”. Per qualche giorno questo laboratorio venne chiuso; alle difficoltà immaginabili subentrarono anche quelle per l’approvvigionamento del materiale: reagenti chimici, carta… Ma la richiesta di documentazione fotografica era alta, cosicché, ad ogni modo, Bepi partiva prestissimo al mattino per raggiungere il posto di lavoro e Franco, lo stesso, per raggiungere il suo studio fotografico perché anche lui, con famiglia, rimase qualche giorno a Lignano.
Io ho anche una sorella gemella, addirittura siamese, e sì: sono una bifamigliare.
Anche da lei arrivarono dei terremotati − e non è un eufemismo −. Ricordo che dicevano di avere perso tutto: casa, mobili, vestiario perfino le coperte, che in seguito alcune agenzie immobiliari fornirono.
In quella famiglia di sfollati c’era una ragazza che fece amicizia con Susi e Nelly; − come mi piacerebbe rivederla! Se ben ricordo, si chiamava Claudia. − Loro tre facevano enormi corse in bicicletta, tappa fissa era la “chiocciola” di Pineta. “Chiocciola” che quell’anno non andò in letargo! Molti negozi rialzarono le serrande, molti alberghi diedero accoglienza, la località balneare mise anche a disposizione medici, più banchi scolastici e corse aggiuntive di corriere: i ragazzi dell’età all’incirca di Gianni potevano raggiungere le scuole di Udine comodamente.
Io non sono direttamente affacciata alla strada, ma dalla grande vetrata e da alcune finestre, riesco a scorgerla. Vedevo passare a piedi soprattutto nonni e nipotini. Quei nonni, abituati nel loro mondo racchiuso fra le montagne − ora catapultati in un luogo aperto, senza confini, dal panorama infinito –, tenevano stretti per mano i loro nipotini.
Quell’intreccio della mano ruvida solcata di scuro con l’altra liscia e chiara sembrava l’accordo fra montagna e mare. Il Friuli ringrazia e non dimentica Susi Ciol una friulana “cun il mal dal modon”.
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