Terremoto, l’unica luce nel buio all’ospedale di Gemona: «Quel generatore voluto da mio padre»

Parla Chiara Zulian, figlia dell’allora presidente del nosocomio: «I soccorsi e i trasferimenti dei pazienti furono molto facilitati»

Sara Del Sal
L'ospedale di Gemona nel 1976
L'ospedale di Gemona nel 1976

La scossa. Il buio totale. Poi una luce, una sola, riprende vita, e mentre la popolazione è ancora in preda alla paura e alla ricerca di un luogo sicuro in cui trovare rifugio, l’ospedale San Michele, profondamente colpito, si rianima. A notarlo è soprattutto quell’uomo solo, a piedi, che è partito da una frazione vicina, proprio per raggiungere il nosocomio: Antonino Zulian.

Nel maggio 1976, Zulian era presidente dell’ospedale gemonese e ricopriva anche l’incarico di direttore didattico della scuola elementare e della materna. «Era un uomo riservato, attento e preciso – ricorda la figlia Chiara – e 50 anni fa era con noi, la sua famiglia, a casa alle 21, quando è stata avvertita la scossa che lo ha letteralmente scaraventato fuori mentre invitava noi a uscire».

La famiglia Zulian abitava in una casa che aveva circa 10 anni, nei pressi di Orvenco, a circa due chilometri dal centro di Gemona e che fortunatamente venne solo lesionata dall’evento sismico. «Papà ha lanciato l’allarme facendo in modo che, a scossa terminata, la mamma, mio fratello e io riuscissimo a uscire e a metterci in salvo sulla strada principale – ricorda la figlia – dove assieme ad altre persone accendemmo un fuoco e trascorremmo la notte. Lui, invece, assicuratosi che stessimo bene, ci lasciò per raggiungere a piedi l’ospedale.

Dai racconti del padre, Chiara ricorda nitidamente che fu un percorso travagliato perché, a causa dei crolli delle abitazioni lungo la via, le macerie erano disseminate ovunque. «All’epoca papà – aggiunge la figlia – era riuscito a far acquistare, con non poche difficoltà, un gruppo elettrogeno che era stato da poco installato nella struttura. Era una spesa importante ma per mio padre anche necessaria. Fu la presenza di quel gruppo elettrogeno a consentire, durante quella notte, lo sgombero di tutti i ricoverati e del personale in servizio. Dopo la scossa in ospedale ci fu subito luce, l’unica luce in tutta Gemona, che illuminò le procedure consolidate messe in atto per la sicurezza e la salvezza delle persone».

Le operazioni di soccorso erano andate avanti fino al giorno successivo, anche a causa della difficoltà incontrata dai soccorritori per raggiungere l’ospedale, che si trovava di fianco al duomo. «Anche noi – ricorda Chiara – eravamo passati dall’ospedale qualche ora prima, perché un’amica di mia madre aveva partorito proprio quel giorno. C’era un altro neonato, nato il 1 maggio: furono tutti messi in salvo».

Chiara, che ora vive a Latisana e ha concluso la sua carriera da dirigente scolastica al Deganutti nella bassa friulana, ricorda che il periodo successivo per la sua famiglia fu caratterizzato dalle notti passate a dormire in automobile finché non venne realizzata la tendopoli con gli alpini che preparavano il pasto per tutti. «Ricordo la solidarietà tra la comunità, con tutti coloro che riuscivano a recuperare qualcosa pronti a condividerla – aggiunge –. La scossa del 15 settembre ci diede il colpo di grazia e a quel punto fummo ospitati a Lignano Pineta. Mio padre andava su e giù a Gemona, dove venne realizzato l’ospedale attuale prefabbricato e da Direttore Didattico della scuola di Gemona, si adoperò per garantire entro breve tempo la ripresa delle attività didattiche, che avvenne in tendopoli, per tutti i bambini».

Chiara Zulian ha scelto di condividere la storia in memoria di quel padre che le ha insegnato ad assumere le responsabilità e l’etica del lavoro. —

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