"Quando la terra respira": a Buja la memoria del terremoto diventa un ponte tra generazioni
Domenica 26 aprile l'inaugurazione della mostra curata da Eleonora Tomat e Rigona Hasani. Dalla redazione del Messaggero Veneto Scuola al Museo della Medaglia: un percorso emozionale sulla resilienza friulana sostenuto da PrimaCassa e dai Giovani Soci

C'è un filo sottile che unisce un'aula universitaria di Udine a un museo di Buja. Ha la forma di una domanda antica: cosa fare con la memoria di una catastrofe? Come trasformare il dolore collettivo in qualcosa che parli ancora al presente? In vista dell'inaugurazione della mostra "Quando la terra respira", prevista per le 17 di domenica 26 aprile a Buja e presentata in anteprima durante l’incontro con il professor Schettini, abbiamo incontrato le due curatrici e protagonista tra gli altri del gruppo Giovani Soci di PrimaCassa, Eleonora Tomat e Rigona Hasani.
Eleonora, Rigona, tutto è partito dalla redazione del Messaggero Veneto Scuola. Com'è nata l’idea di andare oltre il semplice articolo?
«Il seme di questo progetto è stato piantato durante il confronto con la redazione del Messaggero Scuola. Stavamo lavorando all'evento con l'Università, ma più ci immergevamo nei documenti e nelle testimonianze raccolte per il 50esimo anniversario del terremoto, più cresceva in noi una consapevolezza: una sola mattinata di incontro, per quanto intensa, non sarebbe mai stata sufficiente a contenere tutta quella memoria.
Sentivamo il bisogno, quasi fisico, di non lasciare che quelle storie tornassero nel silenzio una volta spenti i microfoni dell'aula. Non volevamo che tutto si esaurisse in un evento celebrativo fine a se stesso. Così è nata l’idea di coinvolgere direttamente il territorio, cercando un luogo fisico dove allestire una mostra. Volevamo creare uno spazio che non fosse una semplice cronaca dei fatti, ma un percorso emozionale dove chiunque potesse riscoprire il senso più profondo e umano di quegli eventi che hanno cambiato per sempre il Friuli».
Siete nate molto dopo il 1976. Cosa significa per la vostra generazione "scoprire" il terremoto oggi?
«Lo conoscevamo a parole, ma incontrarlo negli archivi è stato diverso. Sfogliando le foto, abbiamo iniziato a notare dettagli che nessuno ci aveva mai raccontato. Ci hanno colpito le scritte sui muri delle case distrutte: “Qui siamo tutti vivi, ma adesso siamo a Lignano”. C'è una differenza enorme tra sapere una cosa e “incontrarla” visivamente. Abbiamo voluto che la mostra permettesse a tutti di fare questo incontro».
In questo percorso avete avuto il supporto di PrimaCassa. Che ruolo ha avuto la fiducia in un progetto così ambizioso?
«Fondamentale. Ogni volta arrivavamo con tantissime idee e loro ci aiutavano a “metterle a terra”. La cosa più bella è stata proprio la fiducia che ci accordavano tutti, in primis Davide Iannis che ha coordinato l’evento: ti dicono “ok, hai avuto questa idea, vai” e questo per noi era una prima volta. Avere davvero la responsabilità di qualcosa è stato sfidante, ma ci ha permesso di creare un percorso espositivo capace di parlare a tutti».
C'è un'immagine che è diventata il simbolo della mostra e della locandina. Cosa racconta quello scatto?
«È una fotografia di due donne in mezzo alle macerie che cercano fogli e giornali tra i detriti. Se loro, in mezzo a quel caos, erano lì a leggere, capisci cosa vuol dire resilienza. Attorno a loro era tutto distrutto, ma loro avevano i capelli in ordine e i vestiti curati. Erano ancora loro. La vita non si interrompe mai del tutto, cerca solo un’altra forma».
Il titolo della mostra è "Quando la terra respira". Perché questa scelta?
«Evoca il movimento invisibile che precede e segue ogni sisma, ma parla anche della capacità di un territorio di riprendere fiato. È un titolo che guarda al passato senza restarne prigioniero. Vogliamo che chi esce dalla mostra senta che quella ferita è parte di una storia di rinascita».
Domenica 26 aprile l’inaugurazione a Buja sarà un momento di comunità, arricchito anche da un altro progetto giovane.
«Sì, il percorso sarà condiviso. A pochi passi dal Museo dell’Arte della Medaglia, presso la sede degli Alpini, aprirà la mostra 'Macerie - mattoni' di Mattia Tonino, che ha usato le foto d'archivio di suo nonno. È un passaggio di testimone: noi del Messaggero Veneto e Mattia abbiamo la stessa età. Siamo noi giovani a portare avanti questa memoria, non per obbligo, ma perché questa storia ci riguarda».
Cosa succederà domenica pomeriggio dopo il taglio del nastro?
«La mostra resterà aperta fino al 2 agosto e sarà visitabile nel fine settimana o su richiesta. L'inaugurazione si chiuderà con un rinfresco organizzato dagli Alpini. Sarà un momento di festa e condivisione: perché la memoria, quando è viva, si celebrerà così, insieme, con le porte aperte a tutta la comunità».
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