Omicidio di Gemona, il tribunale del Riesame respinge il ricorso: Mailyn resta in carcere a Venezia
I legali della 31enne colombiana, indagata assieme alla suocera per l’omicidio del compagno Alessandro Venier, chiedeva il trasferimento in un istituto di custodia ribadendo che «la legge stabilisce che una madre con figlio piccolo non può essere detenuta in un penitenziario»

Mailyn Castro Monsalvo resta in carcere a Venezia. Il tribunale del riesame di Trieste ha respinto l’appello dei difensori della 31enne colombiana con il quale veniva chiesta la scarcerazione e il suo affidamento a una struttura compatibile con il suo quadro psichiatrico.
I giudici, dichiarando l’appello inammissibile, hanno motivato la decisione sollevando dubbi sui contenuti del ricorso, che avrebbe dovuto riguardare le modalità di esecuzione della custodia cautelare (da carcere “protetto” a carcere ordinario) e non la sussistenza delle esigenze cautelari decise dal gip di Udine. Tra l’altro senza prima presentare un’istanza di attenuazione della misura direttamente al gip.
Castro Monsalvo, subito dopo la convalida del suo arresto, lo scorso 2 agosto, è stata portata nell’Istituto a custodia attenuata per madri (Icam) di Venezia. Almeno fino al 31 gennaio, quando al compimento di un anno di età della figlioletta avuta con Alessandro Venier (il 35enne ucciso e fatto a pezzi a Gemona, per la cui morte sono indagate Mailyn e la madre dell’uomo, Lorena Venier), è stata trasferita nel carcere ordinario. Una permanenza durata solo una manciata di giorni, visto che una grave crisi psicotica l’ha costretta al ricovero in una struttura specializzata. Qualche giorno fa la 31enne è stata dimessa, in tempo per prendere parte, via web, all’udienza del tribunale del riesame. Nel frattempo, infatti, i suoi legali, Federica Tosel e Francesco De Carlo, hanno fatto appello contro il trasferimento da carcere “protetto” a ordinario, dichiarando quest’ultimo incompatibile con il suo stato di salute mentale.
Nella modifica del luogo di esecuzione della custodia cautelare, il gip ha ritenuto la persistenza del pericolo di reiterazione del reato fondata sulla “pericolosità criminale” della donna, la cui condotta è stata descritta come «espressione di una scelta cinica, volontaria e organizzata» nel pianificare e compiere l’omicidio del compagno. Misura, quella del trasferimento da Icam a carcere ordinario, che i due legali hanno definito «inidonea e sproporzionata alla luce del mutato quadro clinico. Il pericolo di reiterazione è affermato per inerzia, come se Mailyn fosse rimasta identica nel tempo».
Tosel e De Carlo non hanno preso bene il pronunciamento del tribunale del riesame. Per questo hanno già annunciato ricorso in Cassazione, ritenendo la decisione «giuridicamente errata». Nel commentare l’esito dell’udienza, i due legali hanno aggiunto: «La legge stabilisce che una madre con figlio piccolo non può essere detenuta in carcere, salvo che ricorrano esigenze cautelari di eccezionale gravità. Il pubblico ministero ha chiesto il carcere sostenendo la presenza di tali esigenze e il gip ha disposto la misura proprio sulla base di questo presupposto. L’appello della difesa contestava esattamente la sussistenza e persistenza di tali esigenze. Dichiarare inammissibile l’impugnazione – hanno concluso – significa quindi rifiutare la verifica del presupposto legale che consente di derogare al divieto di custodia in carcere previsto dalla legge per le detenute madri di figli tra uno e sei anni».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto










