Un anno fa moriva lo scultore Nane Zavagno: una rassegna lo celebra

Alla Copetti Antiquari una rassegna di 30 opere su carta. Disegni che catturano la luce nel suo dialogo con l’ombra

Isabella Reale

Il disegno è parte fondativa del processo creativo di un artista, e lo è stato in particolare per Nane Zavagno, come ben dimostra la selezione di una trentina di opere su carta allestita da Copetti antiquari a Udine fino al 28 febbraio, spazio che come noto si integra con il loro parco sculture a Leproso di Premariacco, dove campeggiano anche le sue strutture in rete d’acciaio le cui forme primarie, monumentali ma trasparenti, realizzate a partire dagli anni Novanta, dialogano con lo spazio circostante. L’iniziativa nasce dalla collaborazione con lo studio Zavagno di Spilimbergo, dove una mostra permanente è dedicata all’artista, scomparso esattamente nel gennaio di un anno fa, a 92 anni, e si accompagna a un archivio che ne va raccogliendo la più ampia documentazione.

E dai cassetti del suo studio non emergono solo album che attestano l’esercizio quotidiano della mano, prassi peraltro costante per un artista rimasto sempre aperto alla sperimentazione e fino all’ultimo sensibile a varie sollecitazioni, ma la mostra racconta come il disegno sia proprio una costante nel suo fare, sia in relazione che in parallelo al suo essere mosaicista, pittore, scultore, fino a imporsi come campo espressivo a sé. Nel suo lungo percorso creativo disegnare di fatto non solo ha significato fermare quella prima fugace apparizione dell’immagine, interiorizzata sempre, a volte anche ripescata dal profondo, con un fare quasi da rabdomante, vivendo il segno come un momento liberatorio, emozionale, che ben corrisponde anche alla gestualità di certa sua produzione pittorica, ma disegnare per lui ha anche assunto una precisa valenza progettuale, teorica, mentale.

Questa è l’altra componente dell’arte di Zavagno, cresciuto tra le esperienze materiche desunte dall’alveo dell’informel per poi praticare, e con successo, i modelli di geometrizzazione modulare della cultura optical. Tutto ciò a confermare quel suo essere artista “nomade” così come lo ebbe a descrivere Enrico Crispolti, per la molteplicità delle sue ipotesi di ricerca, in nome di quella libertà di chi, dopo averla compiutamente appresa, sa appunto rompere la regola, per andare oltre alla figuratività e oltre all’astrazione, avventurarsi nell’indistinto e captare e rapportarsi con altre possibili dimensioni dell’arte. È così che la dimensione modulare dei suoi allumini riflette il suo essere mosaicista, con alle spalle una lunghissima tradizione perfezione nel taglio della tessera e di conoscenza profonda dei materiali, ma Zavagno ha varcao presto i confini dell’artigianato per penetrare nel vivo nella creazione artistica, complice un maestro come Mario De Luigi, il cui spazialismo ha innescato il principio vitalistico, la gestualità, il respiro della tessera, nell’allievo che da allora è andato componendo mosaici dove la più ampia libertà del colore e del taglio si alterna al biancore modulato del sasso di fiume.

E dunque come premessa al fare, la necessità del disegno si manifesta come momento di studio e di riflessione, e si pone come passaggio da una fase creativa all’altra, da una sequenza all’altra di opere, di materiali, di tecniche.

Nell’ultima sua stagione il disegno è andato conquistando, anche dimensionalmente, una sua propria autonomia e valenza espressiva, e come mai prima ha saputo catturare la luce nel suo dialogo con l’ombra, distesa e modulata in un fitto reticolo, fissando il momento in cui si apre davanti a i nostri occhi uno spazio virtuale tra due forme, tra due volumi, come un profondo solco o crepaccio, lasciandovi entrare il bagliore dell’alba. Manifestando il dualismo cromatico del pieno e del vuoto, scuro e chiaro, in disegni che sono pura concentrazione di energia, campo energetico di forze pronte a polarizzarsi, la mostra è occasione per farci entrare nel vivo di questo suo processo e a coinvolgerci– alternando momenti vitalistici all’estremo rigore dell’analisi della forma e delle sue varianti, se ci lasciamo anche emozionalmente prendere dal vortice del suo segno– in quel continuum creativo che è sempre stato fare arte per Zavagno. 

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